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Jun 25, 2019 Last Updated 5:38 AM, Jun 21, 2019

Per quanto perfetto sia un regime dietetico teso alla diminuzione del peso corporeo ciò su cui si deve sempre confrontare è il ruolo mentale, psicologico e sociale che il cibo ha per chi lo consuma.
La stessa porzione può mentalmente sembrare piccola, grande o enorme in base a variabili che nulla hanno a che fare con il quantitativo calorico, il tipo di cottura o altri fattori "strumentali".

Conta l'appetibilità complessiva (un fattore complesso che comprende la presentazione del cibo, la forma del piatto, la luce presente, la stagione e molto altro) e molto spesso ciò che condiziona inconsciamente di più e il dove e il come viene presentata la porzione da consumare.

Un esempio viene dalla ricerca pratica degli studiosi Van Kleef, Ellen, Mitsuru Shimizu e Brian Wansink che hanno cercato di stabilire se vi erano differenze reali e reazioni diverse rispetto al consumo di porzioni differenti di snack forniti in appositi contesti e con la dovuta appettibilità complessiva.
Così sono stati formati due gruppi differenti, al primo è stato fornito una porzione abbondante di snack comprendente 100 g di cioccolato, 200 g di torta di mele e 80 g di patatine fritte, porzioni appositamente esagerate rispetto al ruolo che uno snack dovrebbe avere tanto che il quantitativo calorico complessivo di calorie per porzione era notevole.

Al secondo gruppo, invece, è stata fornita una quantità notevolmente inferiore degli stessi alimenti per un apporto calorico complessivo decisamente più basso.
Ai due gruppi è stato dato tutto il tempo e la tranquillità per consumare a proprio piacimento le porzioni senza stimolarli in altro e sono stati poi invitati a compilare sondaggi per valutare il gradimento, la gradevolezza e la soddisfazione del cibo ricevuto.
È stato inoltre chiesto di indicare una scala di valori sul personale senso di fame prima di ricevere e consumare le porzioni di snack e quindici minuti dopo terminate le prove di assaggio.
I risultati hanno sorprendentemente dimostrato che le porzioni più piccole erano in grado di fornire le stesse sensazioni di soddisfazione e appagamento complessivo di quelle grandi, ma con una ben differente incidenza sull'impatto delle calorie assunte.

Ci si è chiesti allora se il gruppo che aveva consumato porzioni più grandi avesse un senso di sazietà se non altro maggiore e a più lunga durata, ma anche in questo caso la risposta è stata negativa.
Porzioni date o prese senza controllo, quindi, hanno un ben differente impatto sull'organismo con potenziali e gravi problemi, mentre per la mente è solo questione di soddisfare un bisogno istintivo e a prescindere dalle quantità conta più il conforto di sapere che la porzione di per se è presente al di la della sua quantità reale.

Lo studio si lega anche a una precedente ricerca in cui si era visto quanta influenza può avere la grandezza del piatto usato nel servire una porzione di cibo.
Più è grande più cibo si consuma perché istintivamente le persone adulte tendo a non lasciare nulla o quasi nel piatto consumando mediamente fino al 92% di quello contenuto.
Gioca forza se il piatto presentato è più piccolo e con meno quantitativo il consumo sarà sempre al 92%, la soddisfazione sarà simile, ma l'introito calorico decisamente più basso!

Fonte: Corriere della Sera – Nutrizionista Carla Favaro

Il ruolo delle erbe aromatiche per limitare i condimenti nelle ricette, sostanzialmente i grassi, una strategia ottima da usare in tutti i casi in cui è possibile.

A supporto di questa funzione positiva delle erbe aromatiche (oltre a tutto il resto, che poco non è!!) ultimamente sono usciti autorevoli studi paralleli.
Nel primo pubblicato su Appetite si è osservato come l'aggiunta di erbe aromatiche in un menu tipo composto da pasta, carne, cavolfiori e broccoli (o una combinazione variabile di questi elementi di base) migliori notevolmente l'accettabilità delle ricette a prescindere dalla presenza grassa del condimento.

crema pomodori cipolle rosse olio monovarietale bucce basilico 1In uno studio della Pennsylvania State University pubblicato sempre su Appetite l'indicazione estremamente interessante che è venuta fuori è stata che perseguire la sana abitudine di iniziare un pasto con una crema o una zuppa riduce l'apporto calorico del pasto di circa il 20%, un valore decisamente elevato da tenere in alta considerazione da parte di chi ha bisogno di perdere peso.
In un ulteriore studio publicato questa volta sul Journal al American Dietetic Association si è confermata in parallelo questa prassi, protagonisti invece di zuppe e minestre sono state le insalate poco condite che portano a circoscrivere le calorie per una percentuale variabile dal 7 al 12% in base alla dose consumata.
È sottinteso che anche in questi ultimi due studi la riduzione dei condimenti grassi viaggia in parallelo con un uso dinamico delle erbe aromatiche come anche delle spezie e di tutti quegli insaporitori funzionali allo scopo.

E per dinamico intendiamo anche l'interazione con grassi di alto livello qualitativo, come l'insuperabile olio da olive, perché l'aiuto delle erbe aromatiche è nella riduzione e limitazione dei grassi, non certo nella loro esclusione.
O meglio nell'esclusione di quelli più nefasti, purtroppo ancora un discreto numero, mentre proprio l'olio da olive e il passaggio degli aromi delle erbe al suo interno è la chiave di volta di molte ricette sane, gustose e con notevoli apporti preventivi rispetto alla salute.

E la ricetta che trovate qui è un eccellente esempio in questo senso!

Fonte: Corriere della Sera – Nutrizionista Carla Favaro

La relazione diretta tra il nutriente e la patologia con un ruolo attivo dato dalle fibre. 

Torniamo sul tema di un alimentazione corretta e curata rispetto al problema ipertensione prendendo meglio in considerazione il ruolo di nutrienti messi generalmente in secondo piano rispetto alla patologia, le proteine.

Una recente ricerca uscita sull'American Journal of Hypertension a firma di Justin Buendia e colleghi della School of Medicine di Boston pone proprio l'attenzione sull'importanza di consumare una giusta quota di proteine per favorire le diminuzione della pressione e in generale il suo mantenimento entro parametri fisiologici.

I risultati dello studio indicano che il consumo di almeno 100 g di proteine al giorno porta a diminuire di ben il 40% il rischio di ipertensione rispetto a chi ne assimila poco più della metà.

Non un indicazione a caso ovviamente, per determinare un dato così preciso l'equipe ha sottoposto ad accurati controlli per oltre 11 anni la pressione di 1.361 partecipanti incrociando i dati con la dieta seguita.
Con un risvolto ancora più interessante dato dal fatto che chi nella propria dieta prevedeva un abbondante presenza di fibre vedeva ridurre il rischio personale dal 40 al 51%.

Un dato molto interessante che somma la prerogativa di proteine e fibra nell'aumentare il senso di sazietà e quindi limitare il consumo calorico in generale favorendo il metabolismo e quindi la riduzione della pressione.
Altri benefici arrivano poi dall'influenza di aminoacidi come l'arginina sulla dilatazione dei vasi sanguigni e dalla riduzione del rischio di resistenza all'insulina dovuta alle fibre.

Prendendo spunto da questa ricerca si tratta allora di monitorare con attenzione il consumo di proteine evitando si l'eccesso (che ricordiamo può avere ripercussioni serie, ad esempio per chi soffre di problemi renali), ma contemplando nei pasti la loro presenza scegliendo in primis quelle provenienti dal mondo vegetale che apportano naturalmente anche molta fibre, in assoluto i legumi, e poi via via le proteine di origine animale.

Fonte: Corriere della Sera – Nutrizionista Carla Favaro

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