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Sep 23, 2019 Last Updated 1:08 PM, Sep 22, 2019

Che la cucina prenda esempio dalla musica

Pubblicato in L'editoriale
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In una bella serata estiva in montagna ho avuto il piacere di assistere in emozionante ascolto a un bel concerto jazz organizzato come ogni anno nel paesino dove abito.
Per gli appassionati e gli esperti erano sicuramente musicisti di alto livello mi è parso di capire, sinceramente in questo campo le mie competenze sono relative al semplice piacere di ascoltare.

Buona e coinvolgente musica, quello però che mi ha colpito di più è stata l'enorme passione dei musicisti, questa immersione fantastica che facevano ad ogni brano con tutti i sensi.
Mi pareva quasi che ogni volta facessero l'amore con il loro strumento tanto era il coinvolgimento, lo si vedeva dai loro volti attorcigliati intorno alle note che uscivano, dai loro sguardi piacevolmente compiacenti nel raffrontarsi durante l'esecuzione, dal sudore autentico che usciva da un corpo che tutto fremeva con la musica.

Non è una novità per me, ma per l'ennesima volta sono rimasto altamente impressionato, il mini concerto si svolgeva in una piccola piazza, i musicisti erano semplici musicisti non star o chissà quali celebrità assolute, in poche parole erano uomini immensamente innamorati di quello che stavano facendo.

Con sacrifico, spostamenti tra un luogo e l'altro atroci, levatacce e equilibrismi vari con le professioni di sussistenza, con i guadagni presumibilmente magri e circoscritti.
Ma immensamente innamorati e nient'affatto timorosi di dimostrarlo al pubblico.

Il paragone con il mio lavoro è stato immediato e sconsolante, nel senso che ho la grande sensazione, diciamo anche qualcosa di più di una sensazione, che in cucina spesso questo far l'amore con lo strumento del proprio lavoro manca clamorosamente.
Soprattutto manca la capacità di dialogare, mentre sentivo il batterista suonare vedevo chiaramente la sua capacità di dialogare e la sua capacità di capire il linguaggio della batteria.

Nella cucina questa capacità di dialogare manca tantissimo, lo strumento, il nostro fantastico cibo, i nostri straordinari alimenti, sono visti come oggetti.

Inanimati oggetti da usare per dimostrare la propria bravura a superiori e clienti, per preparare il più velocemente e con il minor fastidio possibile un piatto, per autocelebrare la propria presunta grandezza di artista, per buttare tutto insieme con alienazione e non pensiero.
Tutto quello che si vuole, probabilmente gli esempi potrebbe essere tanti altri, ciò che conta è il rifiuto al dialogo, scappare dal confronto con i messaggi lanciati dal cibo, ritenerlo un elemento inferiore e per questo solo un "oggetto utile a qualcosa".

Ora non è che la situazione sia unitariamente così, certamente però lo è per la maggior parte di chi si occupa di cucina, lo è per la maggior parte di chi giudica il lavoro di cucina, lo è per il mondo dello spettacolo che sfrutta la cucina.

Forse più che creare altre scuole di specializzazione sarebbe più utile mandare chi si occupa di cucina a vedere più concerti jazz, guardare in faccia i musicisti, capire la loro immensa passione, capire il rispetto per lo strumento e come da questo strumento sanno far uscire l'anima, non solamente una funzione utilitaristica.

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