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Aug 20, 2019 Last Updated 7:38 AM, Aug 16, 2019

Andando a mangiare fuori questa sera in un’antica trattoria di Padova riflettevo su come spesso ogni ristorante ha una sua dinamica e fisionomia precisa molto forte e non replicabile altrove.
Ci sono cose prive di criterio che in altri posti sarebbero male accettate, ma che li in quel posto particolare sembrano in perfetta armonia concettuale.

Diciamo che c’è anima, molta anima, un qualcosa che rende il ristorante persona viva, caratteriale e quindi per qualcuno antipatico e per altri simpatico, in ogni caso elemento di turbolenza emotiva coinvolgente.
Osservo spesso i movimenti della cucina, di chi serve in sala, mi accorgo di molte cose, tante non le sopporto e anzi mi chiedo come è possibile che siano presenti e tollerate, tante altre mi sembrano però che abbiano valenza di poesia, una poesia di popolo e polvere di strada, ma pur sempre una bella poesia.
Soprattutto vera e schietta.

Questo mi conforta assai perché ritrovare questa sorta di umanità in cui si mescolano vizi e virtù, lungimiranze e errori, saggezza e sprovvedutezza alimentare genuina, tiene meglio viva la fiaccola della passione verso un lavoro che rimane difficile e duro, molto, molto lontano dalle falsità che vedete in televisione e che vi inviterei ad evitare come la peste.

Piuttosto passate qualche serata in più in un piccolo locale o trattoria, conversate con il padrone, il cuoco, il cameriere, fate reale convivialità, osservate e riflettete.
Sottolineo però che parlo di ristoranti come tali, nel senso che al contrario di tutto quello che ho scritto sopra le offerte ristorative di moltissimi Hotel sono tutte standardizzate a appiattite su cliché ultra ripetitivi.
Con in più il fardello che spesso in sala sembra di assistere a una recita stanca e noiosa dove sorrisi e cortesia sono la finta facciata della realtà.
Ora ho alcuni amici albergatori che sicuramente sono pronti a sostenere e dimostrare il contrario, ma in generale credo che in molti possano confermare questo scenario, almeno quelli più attenti e con acuto spirito osservatore.
Tralascio e stendo un velo pietoso sul significato che può avere frequentare un moderno fast food, la morte fatta ristorazione.

Ci riflettevo già da diverso tempo, ma stasera a cena con amici abbiamo avuto uno scambio di idee proprio su questa tendenza alimentare dei giorni nostri.
Frutto spesso di pseudo ricerche che si portano dietro la pecca enorme di non considerare minimamente la storia, parlo della storia con la S maiuscola quella che i bravi studiosi del settore si sforzano con dedizione di divulgare lontani dalle proprie opinioni personali e aderenti solamente a documenti e fatti.

Insomma la storia, non so se questo vi dice qualcosa? A me molto, in particolare che parlare, dire o scrivere di alimentazione, nutrizione e cucina senza prima aver chiesto lumi alla storia può portare ad abbagli colossali.
Con la differenza, grande, che se le conseguenze di questi abbagli ricadessero solo su chi li ha generati tutto sommato poco male, ma così non è purtroppo!!!
Di quale tendenza alimentare stiamo parlando?
Della crociata furiosa contro i cereali accusati da un agguerrito manipolo di assolutisti di essere il male dei mali, il veleno (si non esagero, in un recente libro che ho letto e recensito si scrive esattamente veleno) che fa ammalare migliaia di persone rendendo la loro vita un inferno.
Ora per carità elementi oggettivi di criticità dei cereali in senso lato ci sono tutti, pensiamo ad esempio al problema della celiachia e di tutti i suoi spiacevoli risvolti, problema su cui  personalmente ho scritto anche un libro.

Ma da qui a definire i cereali come il male dei mali, l’alimento assassino o altre frasi deliranti come queste che ho letto mio malgrado in alcuni testi recenti o sentito dire da apparenti autorevoli luminari della medicina (di quale medicina poi sarebbe bello discuterne) francamente è un immensa esagerazione utilitaristica.
Nel senso che spesso è solo utile a propagandare diete, discipline, tendenze e mode dietetiche che a fronte di risultati apparenti di grande successo non fanno altro che distruggere funzioni vitali e essenziali dell’organismo e a lungo andare avere conseguenze molto serie.
Le star di questi nostri anni sono le proteine, il miracolo dimagrante che assomiglia molto al mito dell’acqua che fa ringiovanire senza che in tanti si chiedano quali pegni le proteine poi arrivano a chiedere.

Però mi rendo anche conto che questi discorsi hanno poca presa, li ho ripetuti con passione diverse volte e anche a persone molte care, ma di fronte al rapido dimagrimento dovuto al massiccio introito di sole proteine (o poco più) non ci sono consigli di buon senso che reggono.
Soprattutto ora che ci avviciniamo all’estate e il “dovere” è dimagrire a ogni costo.
Dimagrire non “stare bene” con se stessi, un vero paradosso dei giorni nostri.

 

È abbastanza incredibile, siamo la patria della cucina mediterranea, ci vantiamo di poter insegnare al mondo come mangiare bene e con gusto, spesso in questo campo riteniamo di essere i migliori.
E invece ci sbagliamo clamorosamente se è vero che una serie di recenti studi o semplici indagini conoscitive hanno rivelato che i ¾ degli Italiani non segue una dieta sana e adeguata agli standard di riferimento.

In spiccioli la maggior parte di noi non consuma giornalmente la dose minima di frutta e verdura utile per la prevenzione di una immensa lista di patologie.
Con il paradosso di credere spesso il contrario, cioè consolarsi e pensare di fare bene solo per aver mangiato una mela, un’arancia o un altro misero frutto magari integrato da un’anonima insalata recuperata all’ora di pranzo.

Recuperata è il termine esatto, anche perché se non fatta e controllata da se un insalata di una normale tavola calda, mensa o bar è spesso puro tessuto vegetale vecchio e ossidato buono probabilmente solo per introdurre una certa percentuale di fibre, ma del tutto impoverito dalle altre nobili sostanze che dovrebbe contenere.
Quindi crediamo, ci illudiamo di mangiare abbastanza vegetali, ma così non è, dobbiamo fare molto di più, far diventare consapevolezza assoluta il concetto che il minimo da assumere giornalmente sono 5 porzioni di frutta e verdure, un minimo che significa che se andiamo anche sul doppio di questo valore non possiamo fare altro che un gran bene a noi stessi.

Perché poi non è difficile immaginare che ci possono essere giorni, momenti, contesti in cui le porzioni che si riescono a ingerire non arrivino magari che a 2-3, per cui è senz’altro meglio fare scorta abbondante di tutti quei nutrienti, come vitamine e Sali minerali, vera medicina della salute.
Potrebbe essere utile ricordare, a questo proposito, che come evidenziano le più recenti ricerche assicurarsi costantemente il consumo di un minimale in frutta e verdura porta a ridurre del 35% il rischio di tumori.
Ora quale è l’arma vincente che può fare la differenza rispetto al raggiungimento del livello base di consumo di vegetali?
La cucina.

Come anche la responsabilità sociale che ogni cuoco serio dovrebbe avere a cuore e mettere tra i suoi obbiettivi prioritari.
Smettendo un poco di sentirsi un grande artista e ritornando a considerarsi meglio come un bravo artigiano del buon cucinare e alimentarsi.
In questa ottica spero che il mio lavoro, nel sito e non solo, possa esservi di grande aiuto.

Per mia grande fortuna mi è finalmente capitata l'occasione di ritrovarmi faccia a faccia con la curcuma fresca e rimanere estremamente affascinato dalla sua bellezza di salute.

E allo stesso tempo intessere un dialogo con questa apparente strano rizoma che come altri suoi parenti provenienti da un fuori geografico che spesso ci è estraneo porta con se un bagaglio di energie positive veramente incredibile.

Delle straordinarie virtù della curcuma ne ho già parlato più volte e sicuramente ne parlerò ancora molto, la sua sinuosità deriva da un aroma tutto suo che è abbastanza difficile da descrivere, bisogna provarla e farla propria nei tantissimi modi in cui si può inserire nelle ricette.

Ma un conto è trovarsi di fronte la polvere gialla macinata è pronta all'uso che se di qualità (e vi raccomando molto di cercarla di qualità altrimenti invece di migliorare i piatti rischiate di peggiorarli come a me è capitato agli albori della mia conoscenza con la curcuma) è comunque un bel trovarsi!
Un conto è però averla di fronte fresca come natura ci dona e capire attraverso la sua pelle, le sue rughe, il suo attorcigliarsi lieve quanto gli è costato evolversi, arricchirsi di così tante doti e poi saperle donare con semplicità e benevolenza a chi ne sa capire fino in fondo il valore, grande!

È un emozione e per me un segno di profondo rispetto verso un mondo alimentare vegetale che quasi sempre è trattato peggio del già deplorevole modo di "gestire" il mondo animale destinato all'alimentazione.

Ci dovrebbe essere più riflessione anche su questo, calpestiamo con molta facilità tutto il mondo vegetale per tanti motivi, perché ci sembra più prioritario difendere quello animale (che certamente ne ha bisogno), perché il nostro egoismo ci porta a preoccuparci solo del nostro piacere, perché con il mondo vegetale abbiamo perso la capacità di dialogare e confrontarci.

Questa perdita di capacità di dialogo è un dramma reale su cui si preferisce non riflettere e credo ci manchi moltissimo, solo che non riusciamo a dargli un volto e un nome.

Per mia fortuna, anche se sommerso e oberato da impegni molteplici, mi sono imposto di lasciarmi degli spazi personali di rigenerazione senza i quali lontano non andrei di certo.
Così finalmente dopo tanti mesi sono ritornato a camminare tra le mie amate e venerate montagne, salite di fatica a ritmi sostenuti e allo stesso contemplativi per quanto i due termini in apparenza appaiono contraddittori.

Ma la fatica fisica, l'attività fisica, lo sport, il movimento, l'immergersi nella natura sono vitali tanto e quanto è vitale sapere mangiare bene, con giudizio, con piacere, gusto e gratificazione sensoriale.
Poi c'è l'aspetto spirituale, meditativo, introspettivo e li francamente solo madre natura sa concedere il massimo, tutto il resto sono surrogati, palestre e quanto altro al chiuso.
Essenziali se non si ha altro, ma per l'anima dentro solo surrogati.

Così camminando in questo bosco magico in erta salita mi sono trovato prima una bella nevicata di foglie autunnali che al mio passare cadevano danzando armonicamente come se la loro fine di vita fosse nient'altro che un inizio.

Poi mi sono imbattuto nel lavoro prezioso e ai più completamente sconosciuto di operai forestali intenti a pulire i canali di sgrondo della strada forestale che percorrevo, quelli per intenderci che spezzano idealmente ogni 20-30 metri o meno la strada e consentono all'acqua di defluire di lato senza trasformare la stessa strada in un fiume impazzito.

Vedete nella foto il loro lavoro di pulitura quando lo stesso canale era pieno di pietre, terra, arbusti, un lavoro di pulizia e manutenzione esemplare che tutela la montagna, il bosco e gli uomini.

Così mi è venuto spontaneo pensare a come il lavoro di questi operai dovrebbe essere simile al lavoro che facciamo dentro di noi, al nostro corpo, a come scegliendo con coscienza e saggezza cosa mangiare possiamo fare una manutenzione nostra interna altrettanto efficace di quella fatta sulla strada di montagna.
Quindi di come siamo artefici di tutto o per essere precisi di come potremmo essere artefici di tutto.

In una società che spesso smarrisce i valori e i sensi veri per i quali è importante dedicare tempo e energie questo è un buon esempio e una bella traccia da seguire.
In tanti del lavoro di questi operai forestali ignorano l'esistenza, in tanti lo considererebbero inutile, economicamente un peso, un costo, una perdita di tempo, uno spreco di denaro pubblico, il solito stato che butta via i soldi del cittadino e così via.

E questo è il punto perché queste stesse considerazioni sono quelle che portano a credere che del nostro corpo possiamo anche ignorare le esigenze, che l'alimentazione sia solo godimento dei primordiali sensi, che pensare a ciò che si mangia sia inutile, dispendioso, faticoso, costoso.
E quindi perché farlo?
Quando poi la natura si riprende il suo ruolo e scatena i suoi istinti con piogge e maltempo la differenza tra una strada di montagna curata e una no si rivela in tutta la sua tragica drammaticità.

Allo stesso tempo quando la natura organica dell'anima che vive nel corpo si stanca dei soprusi che arrivano dalla bocca e dichiara apertamente la sua non più sopportazione il dramma della malattia si rivela nella stessa tragica drammaticità.

Possiamo anche attaccarci all'illusione che tutto sommato se arriva un terremoto o un evento tragico personale avere una strada o un corpo in piena efficienza a nulla vale di fronte alla forza dell'evento.
Ma stiamo parlando, appunto, di un illusione.

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