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Jun 03, 2020 Last Updated 9:22 AM, Jun 3, 2020

Per mia fortuna, anche se sommerso e oberato da impegni molteplici, mi sono imposto di lasciarmi degli spazi personali di rigenerazione senza i quali lontano non andrei di certo.
Così finalmente dopo tanti mesi sono ritornato a camminare tra le mie amate e venerate montagne, salite di fatica a ritmi sostenuti e allo stesso contemplativi per quanto i due termini in apparenza appaiono contraddittori.

Ma la fatica fisica, l'attività fisica, lo sport, il movimento, l'immergersi nella natura sono vitali tanto e quanto è vitale sapere mangiare bene, con giudizio, con piacere, gusto e gratificazione sensoriale.
Poi c'è l'aspetto spirituale, meditativo, introspettivo e li francamente solo madre natura sa concedere il massimo, tutto il resto sono surrogati, palestre e quanto altro al chiuso.
Essenziali se non si ha altro, ma per l'anima dentro solo surrogati.

Così camminando in questo bosco magico in erta salita mi sono trovato prima una bella nevicata di foglie autunnali che al mio passare cadevano danzando armonicamente come se la loro fine di vita fosse nient'altro che un inizio.

Poi mi sono imbattuto nel lavoro prezioso e ai più completamente sconosciuto di operai forestali intenti a pulire i canali di sgrondo della strada forestale che percorrevo, quelli per intenderci che spezzano idealmente ogni 20-30 metri o meno la strada e consentono all'acqua di defluire di lato senza trasformare la stessa strada in un fiume impazzito.

Vedete nella foto il loro lavoro di pulitura quando lo stesso canale era pieno di pietre, terra, arbusti, un lavoro di pulizia e manutenzione esemplare che tutela la montagna, il bosco e gli uomini.

Così mi è venuto spontaneo pensare a come il lavoro di questi operai dovrebbe essere simile al lavoro che facciamo dentro di noi, al nostro corpo, a come scegliendo con coscienza e saggezza cosa mangiare possiamo fare una manutenzione nostra interna altrettanto efficace di quella fatta sulla strada di montagna.
Quindi di come siamo artefici di tutto o per essere precisi di come potremmo essere artefici di tutto.

In una società che spesso smarrisce i valori e i sensi veri per i quali è importante dedicare tempo e energie questo è un buon esempio e una bella traccia da seguire.
In tanti del lavoro di questi operai forestali ignorano l'esistenza, in tanti lo considererebbero inutile, economicamente un peso, un costo, una perdita di tempo, uno spreco di denaro pubblico, il solito stato che butta via i soldi del cittadino e così via.

E questo è il punto perché queste stesse considerazioni sono quelle che portano a credere che del nostro corpo possiamo anche ignorare le esigenze, che l'alimentazione sia solo godimento dei primordiali sensi, che pensare a ciò che si mangia sia inutile, dispendioso, faticoso, costoso.
E quindi perché farlo?
Quando poi la natura si riprende il suo ruolo e scatena i suoi istinti con piogge e maltempo la differenza tra una strada di montagna curata e una no si rivela in tutta la sua tragica drammaticità.

Allo stesso tempo quando la natura organica dell'anima che vive nel corpo si stanca dei soprusi che arrivano dalla bocca e dichiara apertamente la sua non più sopportazione il dramma della malattia si rivela nella stessa tragica drammaticità.

Possiamo anche attaccarci all'illusione che tutto sommato se arriva un terremoto o un evento tragico personale avere una strada o un corpo in piena efficienza a nulla vale di fronte alla forza dell'evento.
Ma stiamo parlando, appunto, di un illusione.

Se un vincitore del premio Pulitzer, esattamente nel 2009, e valente reporter del New York Times arriva a scrivere un intero libro sulla micidiale triade di alimenti usati ingannevolmente dall’industria alimentare per spingere i consumatori ad acquistare sempre di più la “spazzatura alimentare” che producono c’è da fermarsi un attimo e riflettere parecchio.
Non perché sia una novità per i più attenti alle scelte alimentari, piuttosto per portare la riflessione all’attenzione anche di chi consciamente o inconsciamente chiudi occhi, orecchie, nasoe tanto altro pur di non vedere l’evidenza.

La triade di cui parlo è facilmente individuabile, sono ingredienti di base praticamente di tutte le ricette, ogni buon cuoco dovrebbe avere la capacità di dosarli con attenzione e se è veramente bravo saperli evitare quando se ne può fare veramente a meno e questo può succedere anche spesso.

Ma l’industria no, non tutta ovviamente generalizzare non è mai una buona cosa, certamente buona parte di essa però si perché al contrario di quanto avviene in una cucina, anche la più trascurata e bislacca, ingannare sensorialmente il cliente nel profondo è una missione di prim’ordine.

Un cattivo cuoco può darvi alimenti scotti, a volte bruciati, mal cucinati, si anche salati e tanto zuccherati, magari ricchi di grassi poco sani, ma di per se è semplicemente un cattivo cuoco, non allestisce certo un laboratorio di sperimentazione per trovare le combinazioni peggiori e ingannevoli per fuorviare i propri clienti manifestando una strategia mirata e una pura logica di profitto.

Cosa che invece succede, e le pagine del libro ne sono una chiara conferma, in diverse industrie alimentari dove questa triade composta da sale, zucchero e grassi viene continuamente usata in sperimentazioni mirate per innalzare la soglia del ‘punto di piacere’ di molti piatti o semplici snack pronti.
L’obbiettivo? Molto semplice, innescare il desiderio di consumarne sempre di più.

Per altro l’uso di queste semplici materie prime sommato all’accurata calibrazione di diverse sostanze chimiche consente di produrre il tutto a costi molto bassi.
Insomma un bell’affare per chi produce, un insieme di pessime conseguenze per chi consuma.

Ragione in più per prestare molta attenzione e cura nella produzione in proprie dei piatti consumati scegliendo con cura materie prime e limitando all’essenziale quegli ingredienti (appunto sale, zucchero e grassi in primis) che più possono portare problemi all’organismo.
Quindi cucinate, cucinate e cucinate, anche quando il tempo sembra poco e scarso.
Per finire vi cito l’autore e il titolo del libro in questione: Michael Moss, ‘Salt Sugar Fat: How the Food Giants Hooked’.

Il post di oggi parte da un articolo di carattere psicologico e che quindi sembrerebbe centrare poco con le dinamiche di cibo e cucina, ma vedrete che ci arriviamo a spiegare il collegamento.
Intanto vediamo di cosa tratta questa interessante ricerca realizzata da Britta Larsen del Department of Psichology dell’univesity of California di San Diego (Stati Uniti) insieme ai suoi collaboratori.

In poche parole ha messo in luce una semplice verità, ovvero che il perdono, degli altri e di se stessi, è una formidabile medicina naturale senza costi e spese che fa un gran bene al cuore, ai vasi sanguigni, alla pressione e probabilmente a molto altro.
Lo ha messo in luce, ovviamente, non come sua personale riflessione e convinzione ma dopo una meticolosa indagine scientifica che ha evidenziato come e attraverso quali meccanismi specifici si hanno gli effetti benefici.

La cosa interessante è che questo meccanismo del perdono non è funzionale solo per un lasso di tempo ristretto, ma si protrae a lungo nel tempo inducendo un cambiamento che si rivela una vera e propria arma di protezione e prevenzione rispetto alle problematiche cardiovascolari.
Anche perché il contrario, cioè continuare e rimuginare sull’evento meditando vendette, ritorsioni, rimorsi, pentimenti, genera un flusso di rabbia chiaramente associata a una maggiore probabilità di sviluppare disturbi cardiovascolari.

La ricerca dice molto di più, ma questa non è sede per temi così scientifici se volete approfondire potreste cominciare a vedere qui.
Immagino che in diversi potrebbero ironizzare sulla notizia e obbiettare diverse cose, io penso invece che nasconda una grande verità e non perché lo dice una religione, una filosofia, un ente, semplicemente perché si può provare con estrema facilità rendendosi conto del suo perfetto funzionamento.

Mi collego a questa notizia per una riflessione venuta fuori chiacchierando con alcuni lettori, un confronto che è veramente molto costruttivo e gratificante.
Nello specifico parlavo con Iaia sulle visioni e i pregiudizi alimentari e sul loro non avere confini ed essere presenti da ogni parte.
Nello specifico il tema era l’alimentazione senza prodotti di origine animali e tutto quello che può suscitare, ma anche il lato peggiore che alcuni di quelli che la seguono a volte tirano fuori!
Così raccontavo che:

...il punto è che i pregiudizi da una parte e dall'altra sono notevoli e spesso mi è capitato e mi capita il contrario, cioè persone vegane che sono fortemente ostili a tutti quelli che non consumano il cibo nella loro ottica... per dire come le ostilità pregiudiziali si trovano ovunque e sono tutte immotivate... Ha più senso puntare semplicemente sulla qualità e bontà della ricetta, su i suoi risvolti salutistici sempre notevoli, sulle caratteristiche energetiche e rinvigorenti, ecc dimostrando nei fatti con l'assaggio quanto si ha ragione a preparare determinate ricette...

Ma poi aggiungevo questo pensiero sui cui vorrei conoscere la vostra opinione e sui cui non posso portare con me ricerche scientifiche autorevoli, ma che mi sembra interessante condividere:

...La tolleranza sembra oggi un sentimento raro e forse per questo esistono così tante intolleranze al cibo; non scherzo in questo, bisognerebbe riflettere molto su come il lato psicologico e sociale della nostra vita è intensamente intrecciato con l'alimentazione e la salute...

Ecco mi pare che la ricerca di cui parlavo all’inizio per quanto affronti tutt’altro sia una conferma indiretta di questa affermazione e in generale mi sembra che il fulcro sia che cibarsi non è solamente un atto fisiologico di sopravvivenza, ma comporta in se un alto contenuto culturale e sociale.

In questo senso il ruolo di chi cucina, semplice appassionato o grande Chef, ha una responsabilità più grande di quello che si può pensare.
Ma anche un importanza grande, cosa che andrebbe evidenziata e riconosciuta.

Sempre se ben fatta!!

Provate a dirmi quale può essere secondo voi uno degli elementi più destabilizzanti rispetto alla moderna epidemia di obesità infantile?
Le risposte potrebbero essere molteplici, ma credo che molti di voi abbiano una visione chiara e che le risposte simili potrebbe essere tante e convergere senza tanti problemi verso una condanna unanime e netta della pubblicità dei cibi spazzatura che con una ripetizione ossessiva e “purgante” invade con grande violenza la mente dei bimbi.

Una mente notoriamente molto malleabile e condizionabile, così per una devianza data dalla pubblicità oscena trasmessa senza alcun ritegno lo sforzo per rimediare e riportare il bimbo sulla buona strada è almeno 10 volte superiore come molti genitori coscienziosi e attenti hanno sperimentato e sperimentano sulla propria pelle.
Non so quanto può consolare questi genitori, ma oggi a sostegno di questa ineluttabile verità sulle devastazioni pubblicitarie alimentari arriva un preciso allarme dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms).

Nel suo ultimo rapporto con tema “obesità infantile” preparato in occasione del prossimo vertice mondiale che si terrà a Vienna il 4 e 5 luglio sollecita fortemente i Governi a mettere in pratica con molta urgenza una serie di pratiche e controlli stringenti sulle campagne pubblicitarie che hanno come oggetto i ben noti cibi spazzatura.
E giustamente sul banco degli imputati non viene messa la sola e ormai antiquata televisione, ma anche (se non soprattutto ormai!) tutti i nuovi media.
Dai social network alle applicazioni per cellulari ci sono una varietà infinita di forme mediatiche che in maniera subdola o meno incidono fortemente in negativo rispetto a questa problematica.

L’OMS sottolinea giustamente allora come la promozione di prodotti confezionati e trasformati del tutto squilibrati dal punto di vista nutrizionale“è stata riconosciuta come uno dei fattori di rischio per l’obesità infantile e altre malattie croniche legate alla dieta”.
Tutto l’insieme è devastante perché la ricettività da parte dei bimbi è elevata rispetto alle tante “schifezze” che si vedono proporre magari dai loro idoli animati preferiti.
Ma probabilmente il dato su cui riflettere ancora di più è che solo in apparenza queste pubblicità colpiscono unicamente i bimbi, in realtà il bersaglio cosciente è molto più vasto e riguarda i molti adulti che adulti in realtà non sono.
Del resto non si può che rimanere del tutto allibiti quando in pubblicità si vede una sorridente e sempre perfetta mamma (o papà) addentare felice la stessa schifezza che propone ai suoi bimbi.

Fate molta attenzione perché nulla è fatto a caso ed è estremamente facile associare il finto benessere del genitore che addenta la merendina di turno con il presumibile benessere di un adulto in carne e ossa che guarda la stessa pubblicità.
Micidiale e sconcertante!!!

Mi ricollego oggi all'articolo dell’altro ieri quando esaltavo la dimensione personalizzata dei ristoranti, buona o cattiva che sia come succede a ogni comune mortale.
In particolare mi riallaccio all’ultima frase in cui esprimevo le mie considerazioni lapidarie sui moderni fast food, frase che mi è rimasta dentro e ritornata prepotente mentre leggevo statistiche, studi e considerazioni sulla moderna epidemia di obesità e sulla devastazione che un’alimentazione monotematica produce nel moderno e civilizzato “primo”mondo.

Così mentre riordinavo l’archivio delle foto di food personali un immagine mi ha fulminato perché rappresenta di per se un sintesi quasi perfetta di questa alimentazione monotematica.
Alimentazione che riesce a corrompere con il suo apparente irresistibile fascino migliaia di persone le quali davanti a tutto questo scelgono di spegnere il loro pensiero e la loro capacità di avere consapevolezza delle scelte.
Volutamente o meno, questo resta poi da definire.

Certo mi rendo conto che la capacità attrattiva che sconvolge i primordiali sensi collegati alla bocca e al naso è potentissima.
Vedersi li una bistecca calda fumante fatta con le forti note aromatiche carbonizzate date da una griglia e accompagnata da patate altrettanto attraenti sommate a una salsa che ha lo scopo di addolcire le particelle di amaro che altrimenti darebbero un segnale di allarme a quel che rimane del senso di autoconservazione umano è per molti irresistibile.
Non è da sottovalutare questo potere ammaliante, piuttosto va studiato con attenzione per capire cosa chi cerca di indicare una via alternativa ancora non ha saputo trovare.
Nel senso di quale linguaggio universale manca che sappia contrapporre un altrettanto irresistibile fascino senza apportare la medesima devastazione fisica e mentale.

Tracciando così una nuova strada di alimentazione consapevole, sana e equilibrata.
Questa immagine, probabilmente non perfetta, mi sembra però splendida da un certo punto di vista, perché nasconde al suo interno quei palliativi che chi si alimenta in questo modo cerca di fare propri per auto consolarsi e perdonarsi.
Così troviamo delle misere foglie di insalata a supportare la convinzione che tanto una quota di verdure tutto sommato si assimilano, verdure fresche fra l’altro e crude, per cui perché preoccuparsi del resto.
Senza poi considerare che anche le patate sono verdure, allora perché fare tante storie, alla fine l’equilibrio nutrizionale apparente c’è.
Se poi proprio ci fosse qualche difficoltà digestiva il limone è li apposta, aiuta a far accettare meglio la carne e inoltre apporta qualche vitamina in più.
L’apparente banalità di questi pensieri è in realtà un dato di fatto eloquente e dimostra anche che l’alimentazione è un elemento ancora fortemente istintivo.

Latita in questo senso la cultura e la conoscenza, cioè quello che dovrebbe essere più strettamente collegato al valore di evoluzione dell’essere umano.
Con il paradosso che quelli che consideriamo animali, quindi apparentemente esseri inferiori senza cultura e conoscenza, hanno una saggezza alimentare innata immensamente più evoluta.

La natura credo che se la rida alla grande.

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