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May 20, 2019 Last Updated 1:24 PM, May 21, 2019

Un nuovo studio evidenzia l'influenza degli stili di vita corretti sulla riduzione di assunzione della quantità di farmaci in terapia.

Per chi ancora crede che l'esercizio fisico abbia una scarsa importanza rispetto a una patologia invasiva come il diabete di tipo 2 riportiamo una delle ultime ricerche più interessanti che ha addirittura preso in esame un'attività fisica ad alta intensità.

Un po' a sorpresa perché spesso ci si sente consigliare un movimento moderato precludendo magari la voglia da parte dei pazienti di impegnarsi in discipline di un certo tipo.

La ricerca, invece, condotta in Danimarca e pubblicata su JAMA ha dimostrato che la presenza di un'attività ad alta densità portata avanti insieme a un controllo attento della dieta ha tangibili effetti positivi.

Non tanto sulla riduzione del livello di glucosio nel sangue quanto piuttosto sulla diminuzione della quantità di farmaci assunti per abbassamento del glucosio che portano con se effetti collaterali non di poco conto

Come ha relazionato Mathias Ried-Larsen, del Copenhagen University Hospital, primo autore dello studio "Anche se i farmaci sono efficaci nell'abbassare i valori dell'emoglobina glicata nei pazienti con diabete di tipo 2, sono anche associati a potenziali interazioni farmacologiche avverse, a disagi, ad aumento dei costi economici e a una diminuzione della qualità della vita. Sono necessari interventi di stile di vita in grado di mantenere il controllo glicemico almeno nella stessa misura del farmaco".

Per verificare l'incidenza in positivo dell'attività fisica sono stati confrontati due gruppi di pazienti con diabete tipo 2 non insulino-dipendente e con diagnosi da meno di 10 anni.

In uno sono stati introdotti elementi correttivi sullo stile di vita come l'attività fisica, un altro è stato lasciato con la normale terapia standard, ma entrambi hanno continuato a usufruire delle cure di prassi senza alcuna differenza con consulenze individuali e mirate alla loro specificità.

Le correzioni allo stile di vita hanno visto la presenza di 5-6 interventi di allenamento aerobico settimanale con frequenza da 30 a 60 minuti intramezzate a sessioni con allenamento di resistenza, oltre a una strategia dietetica tesa a circoscrivere l'indice di massa corporea a 25 o meno.

La riduzione dei farmaci per l'abbassamento del glucosio ha riguardato ben il 73,5% dei partecipanti compresi nel gruppo sottoposto a attività fisica specifica e dieta controllata, mentre più modesta è stata la riduzione nel gruppo di confronto.

Da una singola ricerca non si possono certo trarre conclusioni definitive, ma certamente è un altro tassello che rinforza l'importanza degli stili di vita rispetto al diabete di tipo 2 soprattutto per quanto riguarda dieta e attività fisica.

Non solo l'alimentazione è importante. 

Non è solo l'alimentazione ad avere un ruolo preminente nella lotta e prevenzione del diabete, l'esercizio fisico è un elemento parimenti importante per estendere meglio l'efficacia degli effetti positivi e questo non vale solo per il diabete, ma per gran parte delle moderne patologie intrecciate in qualche modo con la dieta e la cucina.

Rispetto al diabete di tipo 2 è uscita ultimamente un interessante ricerca che svela quanto e quale sia l'effetto dirompente di un attività fisica mirata rispetto alla malattia.
Lo studio è frutto della collaborazione tra l'Harvard School of Public Health e l'Università della Danimarca ed è stato reso pubblico attraverso l'Archives of Internal Medicine.

Mette in relazione l'allenamento con i pesi e la prevenzione attiva del diabete verificando quanto un tipo di allenamento singolo o sommato ad altri tipi possa realmente essere d'aiuto.

Hanno preso parte alla ricerca oltre 32.000 uomini di cui si sono osservati le attività svolte scoprendo che c'è una riduzione certa del rischio diabete in chi si allena con i pesi, riduzione che aumenta se oltre ai muscoli c'è una contemporanea attività di movimento aerobico.
Le percentuali di riduzione del rischio sono notevoli, si va dal 12% al 34% a seconda della lunghezza dell'allenamento settimanale con punte decisamente interessanti del 59% in chi riesce in ogni settimana a totalizzare 300 minuti di allenamento tra pesi e movimento aerobico.

Se a questo si somma un adeguata alimentazione si può tranquillamente immaginare quanto ognuno di noi possa fare per mantenersi in salute prevenendo al massimo le problematiche legate alla salute.

Regolarità è la parola che bisogna sempre ricordare. Dal numero (tre principali e due spuntini) agli orari dei pasti: assolutamente vietato saltarne uno. Ma anche l'introito di zuccheri e di calorie di ogni pasto deve mantenersi costante: questa regolarità è fondamentale perché la terapia ipoglicemizzante abbia effetto e non provochi pericolose crisi di iperglicemia (se si è mangiato troppo) o di ipoglicemia (se si è mangiato poco o si è digiuni).
succhi3Col tempo sono caduti molti tabù alimentari anche se tuttora resistono luoghi comuni come "la mela è l'unico frutto permesso nel diabete".
Sostanzialmente oggi la dieta del diabetico non si discosta molto dai principi di sana alimentazione validi per tutti, quindi un'alimentazione variata e non ripetitiva, ricca di alimenti vegetali ed equilibrata in proteine, grassi e zuccheri.
Riguardo alle proteine, l'apporto consigliato è lo stesso di quello delle diete bilanciate: circa il 15% del fabbisogno calorico deve provenire da questi nutrienti. Fanno eccezione i diabetici con problemi renali, per i quali la quota proteica scende drasticamente.

zucchero-cannaChi ha la glicemia alta, per allontanare problemi cardio-vascolari e tenere sotto controllo colesterolo e trigliceridi deve prestare attenzione ai grassi che mangia. L'apporto ideale si aggira sul 25% (mai oltre il 30%) del fabbisogno energetico.
Ma oltre alla quantità bisogna badare alla qualità dei lipidi: adottare l'olio extravergine di oliva come condimento principale, possibilmente a crudo; ridurre il colesterolo (max 300 mg al giorno) e i grassi saturi (burro, formaggi, carni); preferire le fonti di grassi insaturi essenziali come il pesce e gli oli vegetali (come quelli di mais o girasole, ma biologici con spremitura a freddo).

Riguardo ai carboidrati, le raccomandazioni attuali prevedono che circa il 55% della quota energetica debba essere ricavata dagli zuccheri complessi e semplici presenti in cereali, frutta e verdura. Va detto subito che la possibilità di inserire o meno nella dieta zuccheri semplici come il saccarosio o il miele è sempre stabilita dal diabetologo.

a tavola con il diabeteA proposito dei carboidrati complessi, sono due le cose importanti da ricordare nella scelta: il contenuto di fibre e l'indice glicemico. La dieta del diabetico deve essere ricca di fibre, almeno 30 grammi al giorno, perciò i cereali integrali non devono mai mancare dalla tavola.

Inoltre è provato che una componente delle fibre, chiamata solubile, forma una sorta di gel che rallenta l'assorbimento intestinale dei grassi e degli zuccheri. Sfavorendo così i rapidi e pericolosi innalzamenti glicemici e favorendo il lavoro dei farmaci ipoglicemizzanti.

Testi tratti dal libro "A tavola con il Diabete"

Per maggiori informazioni e schede più dettagliate consultare il libro "A tavola con il Diabete"

Le gravi colpe dell'industria alimentare, il marketing avido, l'ignoranza delle regole per una corretta alimentazione.  

Si assiste oggi e in futuro si assisterà sempre di più a un livellamento dell'incidenza del diabete su ogni strato della popolazione a prescindere dalla ricchezza personale e dalle risorse a disposizione.
I dati sono drammatici e documentano con molta chiarezza quelle che sono le conseguenze di una politica alimentare delle multinazionali del cibo tesa unicamente al profitto puro e totalmente insensibile alla salute generale con il paradosso gravissimo di far credere di produrre e "generosamente" offrire al pubblico cibi sani.

Il risultato è che una malattia come il diabete di tipo 2 appannaggio prima di una popolazione occidentale ricca che ha creduto (e tuttora crede) che il benessere fosse figlio dell'abbondanza alimentare e calorica indifferente alle più semplici e normali regole di corretta alimentazione sia oggi una malattia passata in grande stile alle popolazione di fascia bassa o diventate improvvisamente agiate.

Ci si ritrova quindi con tre scenari incredibili di persone con diversa condizione sociale e economica, ma accomunate dalle terribili conseguenze delle malattia.

Da un lato gli ammalati "storici" se così possiamo dire, cioè la popolazione occidentale che per decenni si è nutrita in maniera squilibrata perdendo man mano di vista gli insegnamenti saggi della cucina popolare e della "prudenza popolare povera" che indicava nella moderazione e equilibrio la strada maestra da seguire senza per questo nulla togliere al gusto e al piacere di consumare il cibo.

Ci sono poi le persone arricchite di paesi un tempo considerati poveri, come Cina e India (paesi in passato quasi del tutto alieni da malattie metaboliche) che con grande rapidità e "aiutati" dai pratici e comodi cibi pronti dell'industria stanno imitando dal punto di vista dei consumi alimentari le popolazione ricche dell'occidente accumulando dentro di se una valanga di calorie non necessarie documentate chiaramente dal dilagare dei casi di obesità collettiva.

E incredibilmente si è inserito un terzo scenario inaspettato e per nulla desiderato dei poveri tra i più poveri verso cui le responsabilità dell'industria alimentari sono ancora più gravi avendo spinto a credere che per stare bene è più conveniente consumare il tanto cibo spazzatura in circolazione a basso costo e estremamente energetico piuttosto che basarsi su una coscienza saggia che indica nel consumo consapevole e abbondante di frutta e verdura con accompagnamento graduale di carboidrati e proteine e la protezione preziosissima di erbe aromatiche e spezie la via migliore da seguire.

Con una differenza sociale enorme data dal fatto che i ricchi o arricchiti hanno le possibilità economiche per curarsi al contrario dei poveri lasciati in balia delle loro sofferenze.
Se in occidente questa differenza sociale è vera solo in parte grazie alle politiche di assistenza consolidate per quanto oggi martoriate dai tagli del risparmio, in molti altri paesi il dato è assai rilevante.
In questo modo il diabete sia nei Paesi sviluppati sia in quelli emergenti si appresta a diventare una malattia silenziosamente devastante, le stime raccontano, infatti, che l'incidenza della malattia salirà da 347 milioni a 472 milioni di malati nel 2030, ma è una stima per prudenza che non considera ancora bene la situazione di tutti i paesi del pianeta, un dato più realistico ipotizza entro il 2035 un miliardo di malati nel mondo.

Una cifra impressionante tanto che l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) comincia a indicare come il diabete diventerà presto la settima causa di morte, un dato su cui c'è da riflettere moltissimo.

Tra i tanti alimenti che possono svolgere un qualche ruolo positivo per riuscire a gestire meglio e migliorare le condizioni di chi ha il diabete ultimamente sembra essersi ritagliato un ruolo potenzialmente interessante il latte.
Sia nella sua veste naturale di origine, sia come base di derivati ben conosciuti come lo yogurt e recentemente l'ottimo kefir che dal punto di vista della salute ha un profilo ancora più alto.

Su questi derivati bisogna solo fare molta attenzione nella loro formulazione, al di la dei claim pubblicitari che vantano doti miracolose abbastanza dubbie il consiglio principale è quello di rimanere sulle versioni di base poi semmai da arricchire con frutta fresca, secca, semi oleosi e fiocchi integrali.

Rispetto al diabete il presunto ruolo positivo del latte è stato messo in risalto da uno studio portato avanti dall’Università di Guelphe e pubblicato sul Journal of Dairy Science.
Concentrato soprattutto sull'osservazione del consumo di latte e derivati a colazione accompagnati da cereali in diverse formulazioni ha evidenziato come la combinazione delle proteine del latte e delle sostanze principali come le fibre contenute nei cereali rallenta in positivo la digestione diminuendo allo stesso tempo i livelli di zucchero nel sangue.

In sintesi un mantenimento accettabile dei livelli di glucosio nel sangue insieme a una diminuzione del senso di fame come altro risvolto positivo.

L'insieme dei dati è da verificare e confrontare meglio con altre ricerche che non sono proprio così favorevoli alla presenza del latte, mentre confermano ampiamente il ruolo positivo dei derivati ricchi di sostanze benefiche per l'intestino e il microbiota.

Cos’è il diabete

 diabete cat

 

Il diabete è una condizione patologica conosciuta da moltissimo tempo che altera una delle funzioni più importanti dell'organismo ovvero la capacità di utilizzare lo zucchero presente nel sangue per lo normali funzioni fisiologiche con il conseguente accumulo e il rialzo della glicemia.

 

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