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Aug 09, 2020 Last Updated 10:18 AM, Aug 7, 2020

Un nuovo studio evidenzia l'influenza degli stili di vita corretti sulla riduzione di assunzione della quantità di farmaci in terapia.

Per chi ancora crede che l'esercizio fisico abbia una scarsa importanza rispetto a una patologia invasiva come il diabete di tipo 2 riportiamo una delle ultime ricerche più interessanti che ha addirittura preso in esame un'attività fisica ad alta intensità.

Un po' a sorpresa perché spesso ci si sente consigliare un movimento moderato precludendo magari la voglia da parte dei pazienti di impegnarsi in discipline di un certo tipo.

La ricerca, invece, condotta in Danimarca e pubblicata su JAMA ha dimostrato che la presenza di un'attività ad alta densità portata avanti insieme a un controllo attento della dieta ha tangibili effetti positivi.

Non tanto sulla riduzione del livello di glucosio nel sangue quanto piuttosto sulla diminuzione della quantità di farmaci assunti per abbassamento del glucosio che portano con se effetti collaterali non di poco conto

Come ha relazionato Mathias Ried-Larsen, del Copenhagen University Hospital, primo autore dello studio "Anche se i farmaci sono efficaci nell'abbassare i valori dell'emoglobina glicata nei pazienti con diabete di tipo 2, sono anche associati a potenziali interazioni farmacologiche avverse, a disagi, ad aumento dei costi economici e a una diminuzione della qualità della vita. Sono necessari interventi di stile di vita in grado di mantenere il controllo glicemico almeno nella stessa misura del farmaco".

Per verificare l'incidenza in positivo dell'attività fisica sono stati confrontati due gruppi di pazienti con diabete tipo 2 non insulino-dipendente e con diagnosi da meno di 10 anni.

In uno sono stati introdotti elementi correttivi sullo stile di vita come l'attività fisica, un altro è stato lasciato con la normale terapia standard, ma entrambi hanno continuato a usufruire delle cure di prassi senza alcuna differenza con consulenze individuali e mirate alla loro specificità.

Le correzioni allo stile di vita hanno visto la presenza di 5-6 interventi di allenamento aerobico settimanale con frequenza da 30 a 60 minuti intramezzate a sessioni con allenamento di resistenza, oltre a una strategia dietetica tesa a circoscrivere l'indice di massa corporea a 25 o meno.

La riduzione dei farmaci per l'abbassamento del glucosio ha riguardato ben il 73,5% dei partecipanti compresi nel gruppo sottoposto a attività fisica specifica e dieta controllata, mentre più modesta è stata la riduzione nel gruppo di confronto.

Da una singola ricerca non si possono certo trarre conclusioni definitive, ma certamente è un altro tassello che rinforza l'importanza degli stili di vita rispetto al diabete di tipo 2 soprattutto per quanto riguarda dieta e attività fisica.

I tanti casi diagnosticati e i tanti che ancora si ignorano, la non conoscenza e il ruolo delle istituzioni.

Durante l'ultima Giornata Mondiale del Diabete tenuta a novembre 2013 in Italia sono stati snocciolati una serie di numeri e percentuali abbastanza impressionanti che rivelano un vero e proprio dramma conoscitivo di questa patologia.
Ecco alcuni degli elementi evidenziati in specifiche aree geografiche del paese.
A Napoli 80 mila persone hanno il diabete e solo due terzi, forse la metà, dei casi di diabete sono diagnosticati
Perugia: emergenza diabete, 14mila perugini sono ammalati e altri 4mila non lo sanno, per la precisione nella cittadina Umbra 14.050 persone hanno il diabete e circa 4100 non lo sanno, mentre in provincia i casi di diabete sono probabilmente 57.800.
A Lucca si parla di circa 7.500 casi di diabete e di circa 2.200 persone che non sanno di averlo. In provincia i casi di diabete salgono probabilmente a quota 33.800.
A Forlì i diabetici sono 8mila e duecento, ma più di un quarto, circa 2mila e quattrocento persone, non ne è a conoscenza.

E si potrebbe continuare a lungo, inutile dire che questo rappresenta un grosso problema e delinea un quadro di non conoscenza della popolazione su cui tutti i soggetti interessati alla soluzione e prevenzione della patologia dovrebbero riflettere profondamente.
I perché di una crescita così esponenziale sono abbastanza noti, imputati principali sono la sedentarietà, l'obesità dilagante, la cattiva alimentazione (cattiva e errata anche da noi evidentemente a dispetto del mito mediterraneo!) e probabilmente l'inquinamento.
Il tutto favorito dal naturale aumento del numero di persone anziane e dall'innalzamento delle aspettative di vita.

Eppure come ha commentato in occasione della giornata mondiale Salvatore Caputo, presidente di Diabete Italia "Se ben gestito, il diabete può incidere in modo limitato nella vita di una persona e sui costi del sistema sanitario. Ma la persona con diabete deve avere accesso all'educazione, ai farmaci, ai presidi e alle cure specialistiche del caso. Se queste risorse mancano, è più facile che sviluppino seri problemi al cuore, al cervello, ai reni, agli occhi e ai piedi, con conseguenze che hanno un impatto devastante sulla sua vita, sulla sua famiglia e sulla collettività, nonché ovviamente sui costi della Sanità".

Siamo di fronte a una vera e propria emergenza sanitaria con forti ripercussioni economiche, uno scenario non solo Italiano, ma mondiale come i continui allarmi internazionali periodicamente tornano a ripetere e su cui le autorità preposte sembrano facciano fatica a sentire!!!

Il ruolo positivo e preventivo della dieta mediterranea. 

Un'alimentazione a base di olio di oliva, pesce, legumi, ortaggi e frutta (fresca e secca), praticamente la dieta mediterranea nella sua dimensione di origine, riesce con efficacia a ridurre notevolmente l'incidenza genetica dell'ictus in relazione al diabete prevenendo infarto e emorragia cerebrale.

È uno studio portato avanti da un'equipe iberica del Centro di Nutrizione e Obesità Ciber in collaborazione con l'università di Tufts negli Stati Uniti a mettere in luce questo ulteriore aspetto positivo della dieta mediterranea e in particolare del binomio olio di oliva e frutta secca artefici insieme di un potente effetto anti-infiammatorio e antiossidante.

La ricerca si riprometteva di indagare la relazione tra dieta e il rischio genetico in pazienti affetti da due copie di una variante collegata al diabete tipo 2, il gene TCF7L2.

La scoperta è stata che a sorpresa la dieta mediterranea, tradizionalmente più articolata e ricca in grassi, ha bilanciato ottimamente la cattiva influenza genetica di coloro che erano a rischio ictus rispetto a un regime restrittivo a basso tenore di lipidi.

Lo studio ha coinvolto 7018 persone divise in due gruppi distinti, il primo ha seguito una dieta in stile mediterraneo, il secondo un regime alimentare a basso contenuto di grassi.
A esami di verifica finali il primo gruppo registrava i tipici valori sentinella del rischio cardiovascolare (colesterolo, trigliceridi, lipoproteine a bassa intensità, ecc) più bassi rispetto al gruppo a più stretto regime dietetico.

Un risultato che dovrebbe far riflettere molto sulle tante indicazioni empiriche che spesso vengono date a chi soffre di diabete e di molte delle patologie legate all'alimentazione.
Tanto da spingere il direttore della ricerca e professore di Nutrizione dell'Università di Tuftsa a dichiarare che ''l'alimentazione bassa in grassi va bene per alcuni, non offre benefici ad altri e può addirittura essere controproducente per certi individui''.

Decisamente incredibile se confrontato con le tante diete circolanti con l'ossessione delle calorie.
Lo studio è stato pubblicato dalla rivista medica 'Diabete Care' i cui riferimenti si possono trovare qui.

Le gravi colpe dell'industria alimentare, il marketing avido, l'ignoranza delle regole per una corretta alimentazione.  

Si assiste oggi e in futuro si assisterà sempre di più a un livellamento dell'incidenza del diabete su ogni strato della popolazione a prescindere dalla ricchezza personale e dalle risorse a disposizione.
I dati sono drammatici e documentano con molta chiarezza quelle che sono le conseguenze di una politica alimentare delle multinazionali del cibo tesa unicamente al profitto puro e totalmente insensibile alla salute generale con il paradosso gravissimo di far credere di produrre e "generosamente" offrire al pubblico cibi sani.

Il risultato è che una malattia come il diabete di tipo 2 appannaggio prima di una popolazione occidentale ricca che ha creduto (e tuttora crede) che il benessere fosse figlio dell'abbondanza alimentare e calorica indifferente alle più semplici e normali regole di corretta alimentazione sia oggi una malattia passata in grande stile alle popolazione di fascia bassa o diventate improvvisamente agiate.

Ci si ritrova quindi con tre scenari incredibili di persone con diversa condizione sociale e economica, ma accomunate dalle terribili conseguenze delle malattia.

Da un lato gli ammalati "storici" se così possiamo dire, cioè la popolazione occidentale che per decenni si è nutrita in maniera squilibrata perdendo man mano di vista gli insegnamenti saggi della cucina popolare e della "prudenza popolare povera" che indicava nella moderazione e equilibrio la strada maestra da seguire senza per questo nulla togliere al gusto e al piacere di consumare il cibo.

Ci sono poi le persone arricchite di paesi un tempo considerati poveri, come Cina e India (paesi in passato quasi del tutto alieni da malattie metaboliche) che con grande rapidità e "aiutati" dai pratici e comodi cibi pronti dell'industria stanno imitando dal punto di vista dei consumi alimentari le popolazione ricche dell'occidente accumulando dentro di se una valanga di calorie non necessarie documentate chiaramente dal dilagare dei casi di obesità collettiva.

E incredibilmente si è inserito un terzo scenario inaspettato e per nulla desiderato dei poveri tra i più poveri verso cui le responsabilità dell'industria alimentari sono ancora più gravi avendo spinto a credere che per stare bene è più conveniente consumare il tanto cibo spazzatura in circolazione a basso costo e estremamente energetico piuttosto che basarsi su una coscienza saggia che indica nel consumo consapevole e abbondante di frutta e verdura con accompagnamento graduale di carboidrati e proteine e la protezione preziosissima di erbe aromatiche e spezie la via migliore da seguire.

Con una differenza sociale enorme data dal fatto che i ricchi o arricchiti hanno le possibilità economiche per curarsi al contrario dei poveri lasciati in balia delle loro sofferenze.
Se in occidente questa differenza sociale è vera solo in parte grazie alle politiche di assistenza consolidate per quanto oggi martoriate dai tagli del risparmio, in molti altri paesi il dato è assai rilevante.
In questo modo il diabete sia nei Paesi sviluppati sia in quelli emergenti si appresta a diventare una malattia silenziosamente devastante, le stime raccontano, infatti, che l'incidenza della malattia salirà da 347 milioni a 472 milioni di malati nel 2030, ma è una stima per prudenza che non considera ancora bene la situazione di tutti i paesi del pianeta, un dato più realistico ipotizza entro il 2035 un miliardo di malati nel mondo.

Una cifra impressionante tanto che l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) comincia a indicare come il diabete diventerà presto la settima causa di morte, un dato su cui c'è da riflettere moltissimo.

I succhi non equivalgono il frutto di origine e anzi rischiano di avere effetti opposti. 

Un importante studio smentisce in maniera molto chiara tutti quelli, estremamente interessati come le industrie del settore o semplicemente poco informati, che sostengono come possa bastare assimilare i surrogati delle sostanze naturali per usufruire dei loro riconosciuti benefici sulla salute.
Dagli integratori di Vitamine e Sali Minerali, realmente utili solo in casi circoscritti, fino ad arrivare ai lavorati industriali e ai succhi di frutta che paradossalmente, come racconta lo studio appena pubblicato, hanno un effetto opposto e pericoloso.

E lo scopo della ricerca era proprio questo, ovvero verificare se si potevano mettere sullo stesso piano di positività nutrizionale e preventiva il consumo di frutta integra al naturale con quello dei succhi comodamente belli e pronti all'uso.
In particolare accertando l'influenza che una scelta rispetto all'altra poteva avere sull'insorgenza o aggravamento del diabete di tipo 2.
Pubblicato sul British Medical Journal (BMJ, per ogni riferimento andate qui) lo studio è stato portato avanti da un team di ricercatori del Regno Unito, degli Usa e di Singapore e ha coinvolto centinaia di migliaia di persone selezionate in base allo stato di salute escludendo a priori chi presentava già diagnosi di diabete, malattie cardiovascolari o cancro.

L'attenzione è stata posta sul consumo di 10 tipologie di frutta al naturale (mele, uva, pesche, pere, mirtilli, agrumi, ecc) rispetto ai succhi di frutta più diffusi e in buona parte surrogati della frutta naturale esaminata.
All'osservazione sul consumo sono stati incrociati i dati sul tipo di dieta complessiva seguita, sulle abitudini e sugli stili alimentari e sul tipo di malattie insorte, con un particolare occhio di riguardo al diabete.

Alla fine della ricerca si è visto che le persone abituate a mangiare almeno tre porzioni a settimana di frutta al naturale come mirtilli, uva, mele e pere erano in grado di circoscrivere al minimo e ridurre (fino al 7%) il pericolo di incorrere nel diabete di tipo 2, mentre chi al contrario consumava prevalentemente succhi di frutta aveva un aumento medio del rischio del 6,5%.

Una conclusione su cui riflettere molto, per prendere consapevolezza di come negli alimenti al naturale vi siano evidentemente ancora tante cose da scoprire e tanti segreti intimi da svelare.
Una ricchezza del dentro non trovabile in lavorati e estratti, una ricchezza che solo con una buona alimentazione e una buona cucina possiamo assicurarci, come nella golosa ricetta che trovate qui.

Cos’è il diabete

 diabete cat

 

Il diabete è una condizione patologica conosciuta da moltissimo tempo che altera una delle funzioni più importanti dell'organismo ovvero la capacità di utilizzare lo zucchero presente nel sangue per lo normali funzioni fisiologiche con il conseguente accumulo e il rialzo della glicemia.

 

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