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Jul 06, 2020 Last Updated 7:56 AM, Jul 5, 2020

I chili in eccesso e l'alterazione del carico glicemico portano conseguenze nefaste anche alle funzioni basilari di apprendimento.

Gli studiosi del Medical College of Georgia di Augusta (Usa) hanno pubblicato sulla rivista Brain, Behavior, and Immunity, una ricerca molto interessante sugli effetti collaterali dell'obesità e del sovrappeso.
Tra questi (molteplici e tutti poco piacevoli) c'è una correlazione forte con le funzioni cognitive e di apprendimento del cervello che i chili di troppo sommati all'accumulo di grasso rendono precarie compromettendo l'efficienza mentale complessiva.

Nello specifico i ricercatori hanno messo in risalto come il superamento della soglia di equilibrio tra struttura, altezza e peso danneggia il lavoro delle cellule della microglia, quell'insieme di molecole che sovraintendono al corretto funzionamento dei neuroni del sistema nervoso centrale.
Il loro prezioso lavoro viene modificato in negativo e invece di neutralizzare detriti cellulari, lipidi, cellule in apoptosi, virus, batteri e tutti gli elementi esterni dannosi deteriorano le sinapsi modificando le capacità di apprendere e comprendere in maniera funzionale.

Nella pratica succede che se di norma le cellule della microglia presenti nel cervello si muovono costantemente nei soggetti obesi rimangono ferme arrivando a inglobare e danneggiare le sinapsi con influenza diretta sull'apprendimento.
Questo grave meccanismo non ancora verificato specificamente sugli uomini ma con elevata percentuale di attendibilità è un altro tassello importante che dovrebbe far riflettere profondamente sul proprio stile alimentare e sul controllo dei chili in eccesso valutando con estrema attenzione, ad esempio, l'impatto dell'indice glicemico e l'efficacia di nutrirsi con cibi che portano in se un basso impatto sulla glicemia.
La buona notizia è che questo meccanismo grave può essere facilmente fermato rendendolo reversibile, basta perdere i chili di troppo, consumare meno grassi nocivi e stimolare corpo e mente con l'attività fisica moderata!!!

Fonte: Corriere della Sera – Nutrizionista Carla Favaro

Fonte: Corriere della Sera – Nutrizionista Carla Favaro

Gli studiosi del Medical College of Georgia di Augusta (Usa) hanno pubblicato sulla rivista Brain, Behavior, and Immunity, una ricerca molto interessante sugli effetti collaterali dell'obesità e del sovrappeso.

Tra questi (molteplici e tutti poco piacevoli) c'è una correlazione forte con le funzioni cognitive e di apprendimento del cervello che i chili di troppo sommati all'accumulo di grasso rendono precarie compromettendo l'efficienza mentale complessiva.

Nello specifico i ricercatori hanno messo in risalto come il superamento della soglia di equilibrio tra struttura, altezza e peso danneggia il lavoro delle cellule della microglia, quell'insieme di molecole che sovraintendono al corretto funzionamento dei neuroni del sistema nervoso centrale.

Parliamo in questo articolo del rapporto fra cibo e sonno e della relazione diretta tra ciò che si consuma prima del riposo è la qualità finale della dormita, compresa la comparsa o meno di sogni agitati.

Tra gli alimenti che principalmente possono portare ad avere sonni agitati o non sereni ci sono il formaggio, il cioccolato, le spezie e la carne, ma un ruolo importante è presumibile che ricada anche sul metodo di cottura e trasformazione del cibo prima del consumo.

Infatti, cotture e trasformazioni che arricchiscono di grassi, magari di pessima qualità, i cibi hanno sicuramente un peso non indifferente sulla digestione quindi sul sonno al di la dei pregi o difetti che l'alimento ha all'origine.

Se ne è parlato in maniera approfondita in una ricerca pubblicata su Frontiers in Psicology in cui sono state analizzate da parte di ricercatori canadesi le abitudini correlate alla qualità del sonno, alla presenza dei sogni e al tipo di alimentazione seguita.
Il tutto calibrato su un campione di circa 300 studenti che hanno compilato una serie di questionari con domande mirate ai tre diversi aspetti del vivere quotidiano.

Riso jasmine al limone con pesce gratinato e asparagi 700x500 CSÈ risultato che per il 18% del campione i sogni erano sicuramente influenzati dalla presenza o meno nel pasto che precedeva il sonno di determinati alimenti o in secondo luogo dal consumo tardivo della cena con un lasso di tempo troppo breve tra questa e il riposo.

I cibi più citati in negativo sono risultati proprio quelli riferiti in precedenza e si è vista anche una precisa relazione tra la difficile tolleranza di una grossa fetta della popolazione canadese (ma in generale, anche se con diverse sfumature, della popolazione globale) verso i derivati dal latte e la qualità del sonno percepita e vissuta direttamente.

Un altro aspetto evidenziato è stato che quanto più il momento del consumo del cibo era lontano dal riposo notturno, tanto più i sogni erano vividi e lucidi.
In pratica il fatto di mangiare molto presto all'ora di cena, consumare preparazioni leggere e facilmente digeribili, fare attenzione al contributo salutistico del cibo consumato determina una qualità del sonno e una qualità dei sogni nettamente migliore.

C'è poi con sorpresa il ruolo al contrario dell'indice glicemico.

Ovvero generalmente il consiglio è quello di consumare il maggior numero di preparazioni con un indice glicemico basso perché questo porta a numerosi vantaggi e soprattutto consente di fare una forte prevenzione attiva rispetto a molte patologie collegate all'alimentazione, in primo luogo il diabete.

Ma nel caso del sonno sembra che il concetto vada ribaltato secondo uno studio pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition in cui a un gruppo di adulti sani sono stati fatti consumare due pietanze di riso.

La prima a basso indice glicemico con il ricorso a preparazioni ben calibrate, la seconda a alto indice glicemico con l'uso di qualità di riso come il Jasmin di origine tailandese (per molti versi analogo al basmati).

Chi aveva consumato il riso a alto indice glicemico dimostrava una rapidità maggiore nel prendere sonno probabilmente grazie al fatto che lo stomaco era meno impegnato nella fase di elaborazione avendo a che fare con alimenti raffinati e con poche fibre.

Ciò non significa ovviamente che allora è meglio consumare cibi raffinati a alto indice glicemico, semplicemente l'indicazione può essere utile in quei casi in cui si ha una seria difficoltà a dormire.
E la ricetta che trovate qui può essere un piacevole aiuto in questo.

Fonte: Corriere della Sera – Nutrizionista Carla Favaro

La dinamica dei percorsi digestivi e metabolici è abbastanza articolata e segue dei processi fisiologici precisi, per chi non avvezzo a questioni mediche e nutritive può essere sufficiente sapere che dopo aver mangiato alimenti contenenti carboidrati la glicemia sanguigna all'interno dell'organismo si innalza.

Questo si verifica perché attraverso la digestione i carboidrati vengono trasformati in glucosio (zucchero puro), il principale carburante per il nostro organismo, zucchero che a sua volta, grazie all'ormone insulina, viene portato dal sangue nelle cellule per servire da carburante nella produzione di energia.
Un eccesso di cibi che stimolano in dosi massicce la glicemia (definiti ad alto Indice Glicemico) ha come conseguenza un aumento talmente alto di insulina da produrre un effetto anabolizzante sui depositi adiposi con un conseguente rafforzamento della massa grassa e dei chili in eccesso.

La conclusione a cui si è arrivati è che uno stile alimentare che eviti bruschi sali e scendi glicemici è di fatto il modo migliore per rimanere o tornare in forma.

Rivoluzionando in parte il concetto di porzione e consumo perché in questa ottica non si tratta tanto di modificare la quantità del cibo consumato, ma fare bene attenzione alla sua qualità in relazione al contenuto glicemico sommato ad altri contributi nutritivi importanti.

Per maggiori informazioni e schede più dettagliate consultare il libro "La cucina a basso indice glicemico "

Limitare le bibite con edulcoranti sintetici e controllare l'equilibrio del microbiota per controllare al meglio la glicemia.  

Per contrastare il consumo e l'abuso del classico zucchero nell'industria alimentare si ricorre spesso ai dolcificanti artificiali a basso o nullo contenuto calorico, sostanze che nel tempo sono diventate tra gli additivi alimentari più utilizzati al mondo.
Il consumo avviene soprattutto tramite le bibite dolci e visto il basso contenuto calorico la spinta consumistica è indirizzata soprattutto a chi è obeso, in sovrappeso o vuole contenere il peso corporeo entro determinati limiti.

Ma questo consumo quanto può influenzare la condizione del microbiota, l'insieme dei microrganismi che vivono nel nostro apparato digerente e hanno funzioni metaboliche (come la produzione di vitamine e l'eliminazione dei batteri nocivi) determinanti per la buona salute?
Una domanda importante perché le ultime acquisizione scientifiche hanno stabilito che il microbiota è un vero e proprio organo funzionale che scambia informazioni con il cervello, il fegato e il tessuto adiposo e può anche influenzare il controllo della glicemia.

Risponde a questa domanda uno studio pubblicato su Nature dove sono stati esaminati le conseguenze del consumo eccessivo di edulcoranti artificiali (soprattutto aspartame, saccarina e sucralosio) rispetto alla glicemia.
Conseguenze che portano a squilibri metabolici responsabili diretti dell'aumento della glicemia con una composizione della popolazione batterica alterata in negativo rispetto a quella di chi non consuma abitualmente alimenti o bibite con edulcoranti artificiali.

La conclusione degli studi rimarca l'importanza di due aspetti basilari rispetto al controllo della glicemia: il consiglio perentorio di non consumare o limitare al massimo il consumo di dolcificanti artificiali e l'attenzione basilare rispetto alla salute della flora intestinale.

Fonte: Corriere della Sera – Nutrizionista Carla Favaro

Il ruolo dei carboidrati complessi, l'importanza dell'indice glicemico e l'influenza della dieta mediterranea sul diabete di tipo 2.

A conferma di quanto sostenuto nel più recente congresso di Barcellona tenuto dall'Easd, l'associazione europea per lo studio del diabete, arriva un interessante studio condotto dall'Istituto 'Mario Negri' su 22.295 persone seguite per 11 anni.
Lo studio, pubblicato in Diabetologia, la rivista scientifica dell'European Association for The Study of Diabetes (EASD), e portato avanti dai ricercatori del dipartimento di Epidemiologia dell'IRCCS - Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, diretto da Carlo La Vecchia è arrivato a una perentoria conclusione positiva: la dieta mediterranea e le diete povere di carboidrati possono proteggere dal diabete di tipo 2.

Analizzati i dati dei 22.295 partecipanti alla coorte greca dello studio European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC) diretto da Antonia Trichopoulou si è evidenziato che dopo 11 anni si sono verificati 2.330 casi di diabete di tipo 2.

Il dato è stato raffrontato con le informazioni sui consumi alimentari dei soggetti, raccolte tramite questionario, e ha permesso ai ricercatori di definire per ogni persona un punteggio da 0 a 10 che stima l'aderenza alla dieta mediterranea (DM) e un punteggio che misura i carboidrati disponibili nella dieta in termini di carico glicemico (GL).

Gli individui con un punteggio di dieta mediterranea sopra a 6 avevano un rischio di diabete ridotto del 12% rispetto a chi aveva un punteggio minore di 4, e coloro che erano nel livello più alto di GL avevano un rischio aumentato del 21% rispetto a chi era nel livello più basso. Inoltre, un'alimentazione aderente alla dieta mediterranea e con basso carico glicemico era associata a una riduzione del rischio di diabete del 20%.

"Il ruolo della dieta mediterranea nel controllo del peso - afferma Marta Rossi, dell'Istituto Mario Negri e dell'Università di Milano, primo autore del lavoro - è ancora controverso, e, in molti studi condotti nei Paesi mediterranei, l'aderenza alla dieta mediterranea non era associata alla variazione di peso. Ciò suggerisce che la protezione conferita dalla dieta mediterranea contro il diabete non avviene tramite il controllo del peso, ma attraverso altri fattori dietetici che caratterizzano la dieta mediterranea".

"Una peculiarità della dieta mediterranea - aggiunge Federica Turati, dell'IRCCS Istituto Mario Negri - e una possibile spiegazione del suo effetto protettivo è l'uso dell'olio extravergine di oliva, ricco di grassi monoinsaturi e povero di grassi saturi".
Per quanto riguarda i carboidrati, Carlo La Vecchia sostiene che "Una dieta con un alto carico glicemico porta a rapidi aumenti di glucosio e conseguenti aumenti dei livelli di insulina nel sangue. L'aumentata richiesta di insulina porta a lungo andare ad un progressivo declino funzionale delle cellule ß del pancreas, e, come conseguenza, ad un'alterata tolleranza al glucosio e una maggiore resistenza all'insulina, fattore predittivo del diabete".

Gli autori concludono quindi che "Una dieta a basso carico glicemico e che aderisce alle caratteristiche della dieta mediterranea può ridurre l'incidenza di diabete di tipo 2".

Definizione e utilità dell’indice glicemico

definizione indice glicemico p

 

Il rialzo del livello di zucchero nel sangue (glicemia) è un fenomeno del tutto naturale quando si consuma del cibo e in particolare se questo cibo è prevalentemente composto da carboidrati. L'organismo reagisce tramite il pancreas compensando la situazione con una consistente produzione di insulina che si occupa di agevolare la distribuzione del glucosio...

 

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