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Jun 26, 2019 Last Updated 5:38 AM, Jun 21, 2019

Il ruolo dei carboidrati complessi, l'importanza dell'indice glicemico e l'influenza della dieta mediterranea sul diabete di tipo 2.

A conferma di quanto sostenuto nel più recente congresso di Barcellona tenuto dall'Easd, l'associazione europea per lo studio del diabete, arriva un interessante studio condotto dall'Istituto 'Mario Negri' su 22.295 persone seguite per 11 anni.
Lo studio, pubblicato in Diabetologia, la rivista scientifica dell'European Association for The Study of Diabetes (EASD), e portato avanti dai ricercatori del dipartimento di Epidemiologia dell'IRCCS - Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, diretto da Carlo La Vecchia è arrivato a una perentoria conclusione positiva: la dieta mediterranea e le diete povere di carboidrati possono proteggere dal diabete di tipo 2.

Analizzati i dati dei 22.295 partecipanti alla coorte greca dello studio European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC) diretto da Antonia Trichopoulou si è evidenziato che dopo 11 anni si sono verificati 2.330 casi di diabete di tipo 2.

Il dato è stato raffrontato con le informazioni sui consumi alimentari dei soggetti, raccolte tramite questionario, e ha permesso ai ricercatori di definire per ogni persona un punteggio da 0 a 10 che stima l'aderenza alla dieta mediterranea (DM) e un punteggio che misura i carboidrati disponibili nella dieta in termini di carico glicemico (GL).

Gli individui con un punteggio di dieta mediterranea sopra a 6 avevano un rischio di diabete ridotto del 12% rispetto a chi aveva un punteggio minore di 4, e coloro che erano nel livello più alto di GL avevano un rischio aumentato del 21% rispetto a chi era nel livello più basso. Inoltre, un'alimentazione aderente alla dieta mediterranea e con basso carico glicemico era associata a una riduzione del rischio di diabete del 20%.

"Il ruolo della dieta mediterranea nel controllo del peso - afferma Marta Rossi, dell'Istituto Mario Negri e dell'Università di Milano, primo autore del lavoro - è ancora controverso, e, in molti studi condotti nei Paesi mediterranei, l'aderenza alla dieta mediterranea non era associata alla variazione di peso. Ciò suggerisce che la protezione conferita dalla dieta mediterranea contro il diabete non avviene tramite il controllo del peso, ma attraverso altri fattori dietetici che caratterizzano la dieta mediterranea".

"Una peculiarità della dieta mediterranea - aggiunge Federica Turati, dell'IRCCS Istituto Mario Negri - e una possibile spiegazione del suo effetto protettivo è l'uso dell'olio extravergine di oliva, ricco di grassi monoinsaturi e povero di grassi saturi".
Per quanto riguarda i carboidrati, Carlo La Vecchia sostiene che "Una dieta con un alto carico glicemico porta a rapidi aumenti di glucosio e conseguenti aumenti dei livelli di insulina nel sangue. L'aumentata richiesta di insulina porta a lungo andare ad un progressivo declino funzionale delle cellule ß del pancreas, e, come conseguenza, ad un'alterata tolleranza al glucosio e una maggiore resistenza all'insulina, fattore predittivo del diabete".

Gli autori concludono quindi che "Una dieta a basso carico glicemico e che aderisce alle caratteristiche della dieta mediterranea può ridurre l'incidenza di diabete di tipo 2".

La dinamica dei percorsi digestivi e metabolici è abbastanza articolata e segue dei processi fisiologici precisi, per chi non avvezzo a questioni mediche e nutritive può essere sufficiente sapere che dopo aver mangiato alimenti contenenti carboidrati la glicemia sanguigna all'interno dell'organismo si innalza.

Questo si verifica perché attraverso la digestione i carboidrati vengono trasformati in glucosio (zucchero puro), il principale carburante per il nostro organismo, zucchero che a sua volta, grazie all'ormone insulina, viene portato dal sangue nelle cellule per servire da carburante nella produzione di energia.
Un eccesso di cibi che stimolano in dosi massicce la glicemia (definiti ad alto Indice Glicemico) ha come conseguenza un aumento talmente alto di insulina da produrre un effetto anabolizzante sui depositi adiposi con un conseguente rafforzamento della massa grassa e dei chili in eccesso.

La conclusione a cui si è arrivati è che uno stile alimentare che eviti bruschi sali e scendi glicemici è di fatto il modo migliore per rimanere o tornare in forma.

Rivoluzionando in parte il concetto di porzione e consumo perché in questa ottica non si tratta tanto di modificare la quantità del cibo consumato, ma fare bene attenzione alla sua qualità in relazione al contenuto glicemico sommato ad altri contributi nutritivi importanti.

Per maggiori informazioni e schede più dettagliate consultare il libro "La cucina a basso indice glicemico "

Limitare le bibite con edulcoranti sintetici e controllare l'equilibrio del microbiota per controllare al meglio la glicemia.  

Per contrastare il consumo e l'abuso del classico zucchero nell'industria alimentare si ricorre spesso ai dolcificanti artificiali a basso o nullo contenuto calorico, sostanze che nel tempo sono diventate tra gli additivi alimentari più utilizzati al mondo.
Il consumo avviene soprattutto tramite le bibite dolci e visto il basso contenuto calorico la spinta consumistica è indirizzata soprattutto a chi è obeso, in sovrappeso o vuole contenere il peso corporeo entro determinati limiti.

Ma questo consumo quanto può influenzare la condizione del microbiota, l'insieme dei microrganismi che vivono nel nostro apparato digerente e hanno funzioni metaboliche (come la produzione di vitamine e l'eliminazione dei batteri nocivi) determinanti per la buona salute?
Una domanda importante perché le ultime acquisizione scientifiche hanno stabilito che il microbiota è un vero e proprio organo funzionale che scambia informazioni con il cervello, il fegato e il tessuto adiposo e può anche influenzare il controllo della glicemia.

Risponde a questa domanda uno studio pubblicato su Nature dove sono stati esaminati le conseguenze del consumo eccessivo di edulcoranti artificiali (soprattutto aspartame, saccarina e sucralosio) rispetto alla glicemia.
Conseguenze che portano a squilibri metabolici responsabili diretti dell'aumento della glicemia con una composizione della popolazione batterica alterata in negativo rispetto a quella di chi non consuma abitualmente alimenti o bibite con edulcoranti artificiali.

La conclusione degli studi rimarca l'importanza di due aspetti basilari rispetto al controllo della glicemia: il consiglio perentorio di non consumare o limitare al massimo il consumo di dolcificanti artificiali e l'attenzione basilare rispetto alla salute della flora intestinale.

Fonte: Corriere della Sera – Nutrizionista Carla Favaro

Gli effetti di corto periodo, i danni e l'inutilità di quasi tutte le diete diffuse e in circolazione.

Negli ultimi 40-50 anni sono nate e si sono diffuse in maniera esponenziale una serie infinita di diete dimagranti con caratteristiche via via differenti, ma con il comun denominatore di essere la soluzione finale e risolutiva ai problemi di peso e grasso in eccesso.

Un numero così elevato di soluzioni perfette dovrebbe avere avuto come conseguenza certa l'eliminazione definitiva dei problemi di sovrappeso e ogni individuo presente al mondo (intendiamo se non altro il ricco mondo occidentale) dovrebbero rientrare senza problemi nel suo peso forma ideale.

La realtà è tristemente ben diversa come tutti sappiamo e si è ancora ben lontani da risolvere con una semplice dieta, per quanto la si propagandi come la migliore e sofisticata possibile, i problemi di grasso in eccesso.

Di fondo rimane l'ingenuità estrema di molte persone che hanno bisogno di credere a finti miracoli per poter superare difficoltà che quasi sempre hanno soluzioni alla portata di tutti semplici, efficaci, lineari, preventive e curative senza alcun segreto nascosto o misterioso.

Dei danni che paradossalmente quasi tutte le diete commerciali portano alle persone e al loro organismo si discute da anni nel campo della ricerca seria.
Il problema serio e i danni più pesanti si hanno quando con l'avanzare dell'età il corpo ha meno capacità di reagire alle vere e proprio "torture" a cui è sottoposto pur di seguire regimi alimentari senza alcun fondamento con continui saliscendi del peso, a volte estremi e spaventosi.

Un utile chiarimento su questo aspetto cruciale della salute arriva da due recenti ricerche, la prima pubblicata da The Journal of Nutrition a opera di ricercatori della Harvard Medical School di Boston, la seconda avviata in Australia su un campione rappresentativo di più di 8 mila donne seguite per nove anni.

Il primo studio è stato quello più approfondito, nell'arco di 20 anni i ricercatori hanno esaminato le variazioni di peso di un campione di 145 mila tra uomini e donne mettendole a confronto con lo stile alimentare seguito, le abitudini di consumo e le diete specifiche eventualmente portate avanti nell'arco del periodo esaminato.

Inoltre sono state valutate con attenzione le condizioni fisiche di chi consumava in dosi adeguate e abbondanti alimenti di origine vegetale e in particolare verdura e frutta.

Da tutto ciò è emerso come le persone che privilegiavano la qualità di una dieta abbondantemente vegetale al di la delle quantità specifiche o della selezione di determinate categorie (ad esempio le proteine oggi tanto di moda) erano le uniche a riuscire a limitare con efficacia l'aumento di peso.

Un aumento che con l'avanzare dell'età è entro certi limiti fisiologico in quanto il ridotto metabolismo e un'attività fisica meno frequente non aiutano a mantenere l'efficienza energetica.

Lo studio Australiano non è stato meno interessante, qui i ricercatori hanno raggruppato in 4 categorie i soggetti esaminati in base alle strategie personali adottate per il controllo del peso.

Le persone che mediamente aumentavano meno di peso (580 grammi all'anno) erano quelle che facevano abitualmente una buon attività fisica sommata a un attenzione alla qualità della dieta con predilezione verso le fonti vegetali.

Al secondo posto le persone che non seguivano alcuna strategia particolare (640 grammi all'anno), quindi quelle a dieta moderata con una leggera attività fisica (730 grammi all'anno) e per finire quelle perennemente a dieta (880 grammi all'anno) che mantenevano allo stesso tempo vizi poco salutari come il fumo.

Dati estremamente significativi che confermano l'inutilità assoluta di quasi tutte le diete diffuse e in circolazione i cui effetti sono praticamente sempre di corto cortissimo periodo a fronte di danni a lunghissima latenza di smaltimento e recupero.

Fonte: Corriere della Sera – Nutrizionista Carla Favaro

Gli studiosi del Medical College of Georgia di Augusta (Usa) hanno pubblicato sulla rivista Brain, Behavior, and Immunity, una ricerca molto interessante sugli effetti collaterali dell'obesità e del sovrappeso.

Tra questi (molteplici e tutti poco piacevoli) c'è una correlazione forte con le funzioni cognitive e di apprendimento del cervello che i chili di troppo sommati all'accumulo di grasso rendono precarie compromettendo l'efficienza mentale complessiva.

Nello specifico i ricercatori hanno messo in risalto come il superamento della soglia di equilibrio tra struttura, altezza e peso danneggia il lavoro delle cellule della microglia, quell'insieme di molecole che sovraintendono al corretto funzionamento dei neuroni del sistema nervoso centrale.

Gli effetti positivi sul peso del consumo di alimenti a basso indice glicemico ricchi in falvonoidi.

Tra i componenti più importanti presenti in frutta e verdura e in generale negli alimenti di origine vegetale bisogna annoverare i Flavonoidi sostanze importanti e fondamentali per la buona salute sui cui si concentrano sempre più studi e ricerche.
L'università di Harvard (USA) e della East Anglia (Regno Unito) hanno congiuntamente portato avanti un approfondito studio che ha coinvolto 124 mila adulti nell'arco di 24 anni.
L'obbiettivo era quello di verificare se un abbondante assunzione di flavonoidi attraverso la dieta fosse in qualche modo collegata al peso corporeo influenzando in positivo o negativo la sua gestione.

A questo proposito sono stati controllati ogni quattro anni un insieme di parametri che andavano dalla dieta seguita, alla presenza o meno di abitudini negative come il fumo, allo svolgimento di un attività fisica e alla sua intensità e frequenza.

insalata alle doppie mele con spinaci nocciole e bacche di gojiAl di la degli altri fattori, comunque importanti, è emerso che un abbondante consumo di falvonoidi con particolare riferimento alle antocianine, ai polimeri dei flavonoidi (abbondanti in te e mele) e ai flavonoli (abbondanti in te, cipolle e mele) era collegato direttamente a un minor aumento di peso e al mantenimento del rapporto massa, altezza e costituzione.

Rispettando così le moderne raccomandazioni dietetiche e di stili alimentari declinate alla prevenzione efficace dell'obesità e delle sue potenziali conseguenze che ricordiamo sono di notevole impatto e solo in apparenza non riguardano o coinvolgono le persone che non ne soffrono.
Precisiamo meglio anche che i flavonoidi non sono solo presenti negli alimenti citati, gli spinaci ad esempio ne contengono ottime percentuali soprattutto se consumati a crudo nella versione delle foglioline più tenere e croccanti mantenendo così inalterate tutte le loro potenzialità.

E non è un caso che questi alimenti rientrino in quella importante categoria di cibi a basso indice glicemico e migliore tolleranza metabolica.
Una somma perfetta, gustosa e salutare di più tipi di flavonoidi l'abbiamo ad esempio in questa ottima ricetta dove due tipi di mele, gli spinaci teneri a crudo, il limone, le bacche di goji e le nocciole esprimono tutta la loro forza e concentrazione di salute e bontà organolettica!!!

Fonte: Corriere della Sera – Nutrizionista Carla Favaro

Gli studiosi del Medical College of Georgia di Augusta (Usa) hanno pubblicato sulla rivista Brain, Behavior, and Immunity, una ricerca molto interessante sugli effetti collaterali dell'obesità e del sovrappeso.

Tra questi (molteplici e tutti poco piacevoli) c'è una correlazione forte con le funzioni cognitive e di apprendimento del cervello che i chili di troppo sommati all'accumulo di grasso rendono precarie compromettendo l'efficienza mentale complessiva.

Nello specifico i ricercatori hanno messo in risalto come il superamento della soglia di equilibrio tra struttura, altezza e peso danneggia il lavoro delle cellule della microglia, quell'insieme di molecole che sovraintendono al corretto funzionamento dei neuroni del sistema nervoso centrale.

Definizione e utilità dell’indice glicemico

definizione indice glicemico p

 

Il rialzo del livello di zucchero nel sangue (glicemia) è un fenomeno del tutto naturale quando si consuma del cibo e in particolare se questo cibo è prevalentemente composto da carboidrati. L'organismo reagisce tramite il pancreas compensando la situazione con una consistente produzione di insulina che si occupa di agevolare la distribuzione del glucosio...

 

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