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Dec 13, 2019 Last Updated 12:03 PM, Dec 13, 2019

Gli effetti di corto periodo, i danni e l'inutilità di quasi tutte le diete diffuse e in circolazione.

Negli ultimi 40-50 anni sono nate e si sono diffuse in maniera esponenziale una serie infinita di diete dimagranti con caratteristiche via via differenti, ma con il comun denominatore di essere la soluzione finale e risolutiva ai problemi di peso e grasso in eccesso.

Un numero così elevato di soluzioni perfette dovrebbe avere avuto come conseguenza certa l'eliminazione definitiva dei problemi di sovrappeso e ogni individuo presente al mondo (intendiamo se non altro il ricco mondo occidentale) dovrebbero rientrare senza problemi nel suo peso forma ideale.

La realtà è tristemente ben diversa come tutti sappiamo e si è ancora ben lontani da risolvere con una semplice dieta, per quanto la si propagandi come la migliore e sofisticata possibile, i problemi di grasso in eccesso.

Di fondo rimane l'ingenuità estrema di molte persone che hanno bisogno di credere a finti miracoli per poter superare difficoltà che quasi sempre hanno soluzioni alla portata di tutti semplici, efficaci, lineari, preventive e curative senza alcun segreto nascosto o misterioso.

Dei danni che paradossalmente quasi tutte le diete commerciali portano alle persone e al loro organismo si discute da anni nel campo della ricerca seria.
Il problema serio e i danni più pesanti si hanno quando con l'avanzare dell'età il corpo ha meno capacità di reagire alle vere e proprio "torture" a cui è sottoposto pur di seguire regimi alimentari senza alcun fondamento con continui saliscendi del peso, a volte estremi e spaventosi.

Un utile chiarimento su questo aspetto cruciale della salute arriva da due recenti ricerche, la prima pubblicata da The Journal of Nutrition a opera di ricercatori della Harvard Medical School di Boston, la seconda avviata in Australia su un campione rappresentativo di più di 8 mila donne seguite per nove anni.

Il primo studio è stato quello più approfondito, nell'arco di 20 anni i ricercatori hanno esaminato le variazioni di peso di un campione di 145 mila tra uomini e donne mettendole a confronto con lo stile alimentare seguito, le abitudini di consumo e le diete specifiche eventualmente portate avanti nell'arco del periodo esaminato.

Inoltre sono state valutate con attenzione le condizioni fisiche di chi consumava in dosi adeguate e abbondanti alimenti di origine vegetale e in particolare verdura e frutta.

Da tutto ciò è emerso come le persone che privilegiavano la qualità di una dieta abbondantemente vegetale al di la delle quantità specifiche o della selezione di determinate categorie (ad esempio le proteine oggi tanto di moda) erano le uniche a riuscire a limitare con efficacia l'aumento di peso.

Un aumento che con l'avanzare dell'età è entro certi limiti fisiologico in quanto il ridotto metabolismo e un'attività fisica meno frequente non aiutano a mantenere l'efficienza energetica.

Lo studio Australiano non è stato meno interessante, qui i ricercatori hanno raggruppato in 4 categorie i soggetti esaminati in base alle strategie personali adottate per il controllo del peso.

Le persone che mediamente aumentavano meno di peso (580 grammi all'anno) erano quelle che facevano abitualmente una buon attività fisica sommata a un attenzione alla qualità della dieta con predilezione verso le fonti vegetali.

Al secondo posto le persone che non seguivano alcuna strategia particolare (640 grammi all'anno), quindi quelle a dieta moderata con una leggera attività fisica (730 grammi all'anno) e per finire quelle perennemente a dieta (880 grammi all'anno) che mantenevano allo stesso tempo vizi poco salutari come il fumo.

Dati estremamente significativi che confermano l'inutilità assoluta di quasi tutte le diete diffuse e in circolazione i cui effetti sono praticamente sempre di corto cortissimo periodo a fronte di danni a lunghissima latenza di smaltimento e recupero.

Fonte: Corriere della Sera – Nutrizionista Carla Favaro

Gli studiosi del Medical College of Georgia di Augusta (Usa) hanno pubblicato sulla rivista Brain, Behavior, and Immunity, una ricerca molto interessante sugli effetti collaterali dell'obesità e del sovrappeso.

Tra questi (molteplici e tutti poco piacevoli) c'è una correlazione forte con le funzioni cognitive e di apprendimento del cervello che i chili di troppo sommati all'accumulo di grasso rendono precarie compromettendo l'efficienza mentale complessiva.

Nello specifico i ricercatori hanno messo in risalto come il superamento della soglia di equilibrio tra struttura, altezza e peso danneggia il lavoro delle cellule della microglia, quell'insieme di molecole che sovraintendono al corretto funzionamento dei neuroni del sistema nervoso centrale.

Parliamo in questo articolo del rapporto fra cibo e sonno e della relazione diretta tra ciò che si consuma prima del riposo è la qualità finale della dormita, compresa la comparsa o meno di sogni agitati.

Tra gli alimenti che principalmente possono portare ad avere sonni agitati o non sereni ci sono il formaggio, il cioccolato, le spezie e la carne, ma un ruolo importante è presumibile che ricada anche sul metodo di cottura e trasformazione del cibo prima del consumo.

Infatti, cotture e trasformazioni che arricchiscono di grassi, magari di pessima qualità, i cibi hanno sicuramente un peso non indifferente sulla digestione quindi sul sonno al di la dei pregi o difetti che l'alimento ha all'origine.

Se ne è parlato in maniera approfondita in una ricerca pubblicata su Frontiers in Psicology in cui sono state analizzate da parte di ricercatori canadesi le abitudini correlate alla qualità del sonno, alla presenza dei sogni e al tipo di alimentazione seguita.
Il tutto calibrato su un campione di circa 300 studenti che hanno compilato una serie di questionari con domande mirate ai tre diversi aspetti del vivere quotidiano.

Riso jasmine al limone con pesce gratinato e asparagi 700x500 CSÈ risultato che per il 18% del campione i sogni erano sicuramente influenzati dalla presenza o meno nel pasto che precedeva il sonno di determinati alimenti o in secondo luogo dal consumo tardivo della cena con un lasso di tempo troppo breve tra questa e il riposo.

I cibi più citati in negativo sono risultati proprio quelli riferiti in precedenza e si è vista anche una precisa relazione tra la difficile tolleranza di una grossa fetta della popolazione canadese (ma in generale, anche se con diverse sfumature, della popolazione globale) verso i derivati dal latte e la qualità del sonno percepita e vissuta direttamente.

Un altro aspetto evidenziato è stato che quanto più il momento del consumo del cibo era lontano dal riposo notturno, tanto più i sogni erano vividi e lucidi.
In pratica il fatto di mangiare molto presto all'ora di cena, consumare preparazioni leggere e facilmente digeribili, fare attenzione al contributo salutistico del cibo consumato determina una qualità del sonno e una qualità dei sogni nettamente migliore.

C'è poi con sorpresa il ruolo al contrario dell'indice glicemico.

Ovvero generalmente il consiglio è quello di consumare il maggior numero di preparazioni con un indice glicemico basso perché questo porta a numerosi vantaggi e soprattutto consente di fare una forte prevenzione attiva rispetto a molte patologie collegate all'alimentazione, in primo luogo il diabete.

Ma nel caso del sonno sembra che il concetto vada ribaltato secondo uno studio pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition in cui a un gruppo di adulti sani sono stati fatti consumare due pietanze di riso.

La prima a basso indice glicemico con il ricorso a preparazioni ben calibrate, la seconda a alto indice glicemico con l'uso di qualità di riso come il Jasmin di origine tailandese (per molti versi analogo al basmati).

Chi aveva consumato il riso a alto indice glicemico dimostrava una rapidità maggiore nel prendere sonno probabilmente grazie al fatto che lo stomaco era meno impegnato nella fase di elaborazione avendo a che fare con alimenti raffinati e con poche fibre.

Ciò non significa ovviamente che allora è meglio consumare cibi raffinati a alto indice glicemico, semplicemente l'indicazione può essere utile in quei casi in cui si ha una seria difficoltà a dormire.
E la ricetta che trovate qui può essere un piacevole aiuto in questo.

Fonte: Corriere della Sera – Nutrizionista Carla Favaro

Il ruolo dei carboidrati complessi, l'importanza dell'indice glicemico e l'influenza della dieta mediterranea sul diabete di tipo 2.

A conferma di quanto sostenuto nel più recente congresso di Barcellona tenuto dall'Easd, l'associazione europea per lo studio del diabete, arriva un interessante studio condotto dall'Istituto 'Mario Negri' su 22.295 persone seguite per 11 anni.
Lo studio, pubblicato in Diabetologia, la rivista scientifica dell'European Association for The Study of Diabetes (EASD), e portato avanti dai ricercatori del dipartimento di Epidemiologia dell'IRCCS - Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, diretto da Carlo La Vecchia è arrivato a una perentoria conclusione positiva: la dieta mediterranea e le diete povere di carboidrati possono proteggere dal diabete di tipo 2.

Analizzati i dati dei 22.295 partecipanti alla coorte greca dello studio European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC) diretto da Antonia Trichopoulou si è evidenziato che dopo 11 anni si sono verificati 2.330 casi di diabete di tipo 2.

Il dato è stato raffrontato con le informazioni sui consumi alimentari dei soggetti, raccolte tramite questionario, e ha permesso ai ricercatori di definire per ogni persona un punteggio da 0 a 10 che stima l'aderenza alla dieta mediterranea (DM) e un punteggio che misura i carboidrati disponibili nella dieta in termini di carico glicemico (GL).

Gli individui con un punteggio di dieta mediterranea sopra a 6 avevano un rischio di diabete ridotto del 12% rispetto a chi aveva un punteggio minore di 4, e coloro che erano nel livello più alto di GL avevano un rischio aumentato del 21% rispetto a chi era nel livello più basso. Inoltre, un'alimentazione aderente alla dieta mediterranea e con basso carico glicemico era associata a una riduzione del rischio di diabete del 20%.

"Il ruolo della dieta mediterranea nel controllo del peso - afferma Marta Rossi, dell'Istituto Mario Negri e dell'Università di Milano, primo autore del lavoro - è ancora controverso, e, in molti studi condotti nei Paesi mediterranei, l'aderenza alla dieta mediterranea non era associata alla variazione di peso. Ciò suggerisce che la protezione conferita dalla dieta mediterranea contro il diabete non avviene tramite il controllo del peso, ma attraverso altri fattori dietetici che caratterizzano la dieta mediterranea".

"Una peculiarità della dieta mediterranea - aggiunge Federica Turati, dell'IRCCS Istituto Mario Negri - e una possibile spiegazione del suo effetto protettivo è l'uso dell'olio extravergine di oliva, ricco di grassi monoinsaturi e povero di grassi saturi".
Per quanto riguarda i carboidrati, Carlo La Vecchia sostiene che "Una dieta con un alto carico glicemico porta a rapidi aumenti di glucosio e conseguenti aumenti dei livelli di insulina nel sangue. L'aumentata richiesta di insulina porta a lungo andare ad un progressivo declino funzionale delle cellule ß del pancreas, e, come conseguenza, ad un'alterata tolleranza al glucosio e una maggiore resistenza all'insulina, fattore predittivo del diabete".

Gli autori concludono quindi che "Una dieta a basso carico glicemico e che aderisce alle caratteristiche della dieta mediterranea può ridurre l'incidenza di diabete di tipo 2".

Il ruolo dei pistacchi e della frutta secca per il controllo della glicemia e come contributo al controllo delle conseguenze della sindrome metabolica.

Un interessante studio condotto in India da parte della Diabetes Foundation of India (DFI) e della National Diabetes, Obesity and Cholesterol Foundation ha portato in primo piano il ruolo di un frutto spesso poco considerato e associato solo a frivoli snack o golosi dolci.

Lo scopo era quello di valutare gli effetti dei pistacchi (e per esteso della frutta secca in generale) in aggiunta a una corretta dieta e un adeguato esercizio fisico sulla composizione corporea, sulle funzioni metaboliche, sugli stati infiammatori e sui parametri di stress ossidativo di un gruppo di pazienti indiani con sindrome metabolica.

La dott.ssa Seema Gulati con i colleghi del tem che hanno preso parte allo studio hanno riscontrato come le persone in sovrappeso, con problemi di diabete, apporti di carichi glicemici eccessivi e malattie correlate come quelle cardiovascolari possono avere un beneficio concreto dal consumo della frutta secca.
Prendendo come filo conduttore il pistacchio, ad esempio, si può evidenziare come sia un alimento a basso Indice Glicemico, privo di colesterolo e fonte di nobili proteine, fibre e numerosi antiossidanti, tutti elementi che contribuiscono al controllo e contenimento dei parametri glicemici e lipidici.

Il team di studiosi conclude affermando che "...sulla base di questo studio, possiamo dire che i pistacchi forniscono un'opzione eccellente per una sana integrazione alimentare soprattutto per i soggetti a rischio di problemi metabolici e diabete".

Ovviamente si tratta di consumare questi alimenti sempre con una certa dose di moderazione e non dimenticarsi mai, come evidenziato anche da questo studio, che altrettanto importante al controllo della dieta è l'attività fisica parallela.

Ricerche e conclusioni simili sono state riportate in un'altra ricerca che abbiamo pubblicato nella sezione Diabete a questo link: http://www.cucinaesalute.com/salute-in-cucina/diabete/un-gustoso-contrasto-al-diabete.html

La dinamica dei percorsi digestivi e metabolici è abbastanza articolata e segue dei processi fisiologici precisi, per chi non avvezzo a questioni mediche e nutritive può essere sufficiente sapere che dopo aver mangiato alimenti contenenti carboidrati la glicemia sanguigna all'interno dell'organismo si innalza.

Questo si verifica perché attraverso la digestione i carboidrati vengono trasformati in glucosio (zucchero puro), il principale carburante per il nostro organismo, zucchero che a sua volta, grazie all'ormone insulina, viene portato dal sangue nelle cellule per servire da carburante nella produzione di energia.
Un eccesso di cibi che stimolano in dosi massicce la glicemia (definiti ad alto Indice Glicemico) ha come conseguenza un aumento talmente alto di insulina da produrre un effetto anabolizzante sui depositi adiposi con un conseguente rafforzamento della massa grassa e dei chili in eccesso.

La conclusione a cui si è arrivati è che uno stile alimentare che eviti bruschi sali e scendi glicemici è di fatto il modo migliore per rimanere o tornare in forma.

Rivoluzionando in parte il concetto di porzione e consumo perché in questa ottica non si tratta tanto di modificare la quantità del cibo consumato, ma fare bene attenzione alla sua qualità in relazione al contenuto glicemico sommato ad altri contributi nutritivi importanti.

Per maggiori informazioni e schede più dettagliate consultare il libro "La cucina a basso indice glicemico "

Definizione e utilità dell’indice glicemico

definizione indice glicemico p

 

Il rialzo del livello di zucchero nel sangue (glicemia) è un fenomeno del tutto naturale quando si consuma del cibo e in particolare se questo cibo è prevalentemente composto da carboidrati. L'organismo reagisce tramite il pancreas compensando la situazione con una consistente produzione di insulina che si occupa di agevolare la distribuzione del glucosio...

 

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