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May 25, 2022 Last Updated 9:16 AM, May 24, 2022

Il post di oggi parte da un articolo di carattere psicologico e che quindi sembrerebbe centrare poco con le dinamiche di cibo e cucina, ma vedrete che ci arriviamo a spiegare il collegamento.
Intanto vediamo di cosa tratta questa interessante ricerca realizzata da Britta Larsen del Department of Psichology dell’univesity of California di San Diego (Stati Uniti) insieme ai suoi collaboratori.

In poche parole ha messo in luce una semplice verità, ovvero che il perdono, degli altri e di se stessi, è una formidabile medicina naturale senza costi e spese che fa un gran bene al cuore, ai vasi sanguigni, alla pressione e probabilmente a molto altro.
Lo ha messo in luce, ovviamente, non come sua personale riflessione e convinzione ma dopo una meticolosa indagine scientifica che ha evidenziato come e attraverso quali meccanismi specifici si hanno gli effetti benefici.

La cosa interessante è che questo meccanismo del perdono non è funzionale solo per un lasso di tempo ristretto, ma si protrae a lungo nel tempo inducendo un cambiamento che si rivela una vera e propria arma di protezione e prevenzione rispetto alle problematiche cardiovascolari.
Anche perché il contrario, cioè continuare e rimuginare sull’evento meditando vendette, ritorsioni, rimorsi, pentimenti, genera un flusso di rabbia chiaramente associata a una maggiore probabilità di sviluppare disturbi cardiovascolari.

La ricerca dice molto di più, ma questa non è sede per temi così scientifici se volete approfondire potreste cominciare a vedere qui.
Immagino che in diversi potrebbero ironizzare sulla notizia e obbiettare diverse cose, io penso invece che nasconda una grande verità e non perché lo dice una religione, una filosofia, un ente, semplicemente perché si può provare con estrema facilità rendendosi conto del suo perfetto funzionamento.

Mi collego a questa notizia per una riflessione venuta fuori chiacchierando con alcuni lettori, un confronto che è veramente molto costruttivo e gratificante.
Nello specifico parlavo con Iaia sulle visioni e i pregiudizi alimentari e sul loro non avere confini ed essere presenti da ogni parte.
Nello specifico il tema era l’alimentazione senza prodotti di origine animali e tutto quello che può suscitare, ma anche il lato peggiore che alcuni di quelli che la seguono a volte tirano fuori!
Così raccontavo che:

...il punto è che i pregiudizi da una parte e dall'altra sono notevoli e spesso mi è capitato e mi capita il contrario, cioè persone vegane che sono fortemente ostili a tutti quelli che non consumano il cibo nella loro ottica... per dire come le ostilità pregiudiziali si trovano ovunque e sono tutte immotivate... Ha più senso puntare semplicemente sulla qualità e bontà della ricetta, su i suoi risvolti salutistici sempre notevoli, sulle caratteristiche energetiche e rinvigorenti, ecc dimostrando nei fatti con l'assaggio quanto si ha ragione a preparare determinate ricette...

Ma poi aggiungevo questo pensiero sui cui vorrei conoscere la vostra opinione e sui cui non posso portare con me ricerche scientifiche autorevoli, ma che mi sembra interessante condividere:

...La tolleranza sembra oggi un sentimento raro e forse per questo esistono così tante intolleranze al cibo; non scherzo in questo, bisognerebbe riflettere molto su come il lato psicologico e sociale della nostra vita è intensamente intrecciato con l'alimentazione e la salute...

Ecco mi pare che la ricerca di cui parlavo all’inizio per quanto affronti tutt’altro sia una conferma indiretta di questa affermazione e in generale mi sembra che il fulcro sia che cibarsi non è solamente un atto fisiologico di sopravvivenza, ma comporta in se un alto contenuto culturale e sociale.

In questo senso il ruolo di chi cucina, semplice appassionato o grande Chef, ha una responsabilità più grande di quello che si può pensare.
Ma anche un importanza grande, cosa che andrebbe evidenziata e riconosciuta.

Sempre se ben fatta!!

Se un vincitore del premio Pulitzer, esattamente nel 2009, e valente reporter del New York Times arriva a scrivere un intero libro sulla micidiale triade di alimenti usati ingannevolmente dall’industria alimentare per spingere i consumatori ad acquistare sempre di più la “spazzatura alimentare” che producono c’è da fermarsi un attimo e riflettere parecchio.
Non perché sia una novità per i più attenti alle scelte alimentari, piuttosto per portare la riflessione all’attenzione anche di chi consciamente o inconsciamente chiudi occhi, orecchie, nasoe tanto altro pur di non vedere l’evidenza.

La triade di cui parlo è facilmente individuabile, sono ingredienti di base praticamente di tutte le ricette, ogni buon cuoco dovrebbe avere la capacità di dosarli con attenzione e se è veramente bravo saperli evitare quando se ne può fare veramente a meno e questo può succedere anche spesso.

Ma l’industria no, non tutta ovviamente generalizzare non è mai una buona cosa, certamente buona parte di essa però si perché al contrario di quanto avviene in una cucina, anche la più trascurata e bislacca, ingannare sensorialmente il cliente nel profondo è una missione di prim’ordine.

Un cattivo cuoco può darvi alimenti scotti, a volte bruciati, mal cucinati, si anche salati e tanto zuccherati, magari ricchi di grassi poco sani, ma di per se è semplicemente un cattivo cuoco, non allestisce certo un laboratorio di sperimentazione per trovare le combinazioni peggiori e ingannevoli per fuorviare i propri clienti manifestando una strategia mirata e una pura logica di profitto.

Cosa che invece succede, e le pagine del libro ne sono una chiara conferma, in diverse industrie alimentari dove questa triade composta da sale, zucchero e grassi viene continuamente usata in sperimentazioni mirate per innalzare la soglia del ‘punto di piacere’ di molti piatti o semplici snack pronti.
L’obbiettivo? Molto semplice, innescare il desiderio di consumarne sempre di più.

Per altro l’uso di queste semplici materie prime sommato all’accurata calibrazione di diverse sostanze chimiche consente di produrre il tutto a costi molto bassi.
Insomma un bell’affare per chi produce, un insieme di pessime conseguenze per chi consuma.

Ragione in più per prestare molta attenzione e cura nella produzione in proprie dei piatti consumati scegliendo con cura materie prime e limitando all’essenziale quegli ingredienti (appunto sale, zucchero e grassi in primis) che più possono portare problemi all’organismo.
Quindi cucinate, cucinate e cucinate, anche quando il tempo sembra poco e scarso.
Per finire vi cito l’autore e il titolo del libro in questione: Michael Moss, ‘Salt Sugar Fat: How the Food Giants Hooked’.

In una bella serata estiva in montagna ho avuto il piacere di assistere in emozionante ascolto a un bel concerto jazz organizzato come ogni anno nel paesino dove abito.
Per gli appassionati e gli esperti erano sicuramente musicisti di alto livello mi è parso di capire, sinceramente in questo campo le mie competenze sono relative al semplice piacere di ascoltare.

Buona e coinvolgente musica, quello però che mi ha colpito di più è stata l'enorme passione dei musicisti, questa immersione fantastica che facevano ad ogni brano con tutti i sensi.
Mi pareva quasi che ogni volta facessero l'amore con il loro strumento tanto era il coinvolgimento, lo si vedeva dai loro volti attorcigliati intorno alle note che uscivano, dai loro sguardi piacevolmente compiacenti nel raffrontarsi durante l'esecuzione, dal sudore autentico che usciva da un corpo che tutto fremeva con la musica.

Non è una novità per me, ma per l'ennesima volta sono rimasto altamente impressionato, il mini concerto si svolgeva in una piccola piazza, i musicisti erano semplici musicisti non star o chissà quali celebrità assolute, in poche parole erano uomini immensamente innamorati di quello che stavano facendo.

Con sacrifico, spostamenti tra un luogo e l'altro atroci, levatacce e equilibrismi vari con le professioni di sussistenza, con i guadagni presumibilmente magri e circoscritti.
Ma immensamente innamorati e nient'affatto timorosi di dimostrarlo al pubblico.

Il paragone con il mio lavoro è stato immediato e sconsolante, nel senso che ho la grande sensazione, diciamo anche qualcosa di più di una sensazione, che in cucina spesso questo far l'amore con lo strumento del proprio lavoro manca clamorosamente.
Soprattutto manca la capacità di dialogare, mentre sentivo il batterista suonare vedevo chiaramente la sua capacità di dialogare e la sua capacità di capire il linguaggio della batteria.

Nella cucina questa capacità di dialogare manca tantissimo, lo strumento, il nostro fantastico cibo, i nostri straordinari alimenti, sono visti come oggetti.

Inanimati oggetti da usare per dimostrare la propria bravura a superiori e clienti, per preparare il più velocemente e con il minor fastidio possibile un piatto, per autocelebrare la propria presunta grandezza di artista, per buttare tutto insieme con alienazione e non pensiero.
Tutto quello che si vuole, probabilmente gli esempi potrebbe essere tanti altri, ciò che conta è il rifiuto al dialogo, scappare dal confronto con i messaggi lanciati dal cibo, ritenerlo un elemento inferiore e per questo solo un "oggetto utile a qualcosa".

Ora non è che la situazione sia unitariamente così, certamente però lo è per la maggior parte di chi si occupa di cucina, lo è per la maggior parte di chi giudica il lavoro di cucina, lo è per il mondo dello spettacolo che sfrutta la cucina.

Forse più che creare altre scuole di specializzazione sarebbe più utile mandare chi si occupa di cucina a vedere più concerti jazz, guardare in faccia i musicisti, capire la loro immensa passione, capire il rispetto per lo strumento e come da questo strumento sanno far uscire l'anima, non solamente una funzione utilitaristica.

In un recente corso di cucina che ho condotto malgrado il gruppo ristretto l'armonia complessiva che si respirava lavorando tutti insieme nel costruire le ricette è stata notevolmente piacevole e tutti lo hanno riscontrato con serenità malgrado si stesse lavorando alacremente come si dice spesso!

Nei miei corsi lavoriamo sempre all'unisono per realizzare i piatti della lezione, tutti insieme ognuno nel suo compito e poi pronto a girare e curiosare i compiti degli altri in un quadro in cui tutto si riesce a vedere e imparare, almeno questo è il mio scopo.

Riguardando le foto del corso oltre alla bella impressione generale riflettevo su quanto in debito siamo, immensamente in debito, con le nostre mani.
Che sono allo stesso tempo occhi, strumenti modellatori, sensibili ricettori di forme e consistenze, esploratori dell'ignoto e scopritori di nuove sensazioni, rilevatori di sorprese magari a volte meno piacevoli del solito!

Insomma dobbiamo a loro tantissimo e senza loro trovo impossibile pensare a questo bellissimo lavoro.

Cerchiamo di non dimenticarlo e rispettiamo al massimo le nostre mani, intanto con la pulizia e la "buona manutenzione", ma poi soprattutto con la grande considerazione che meritano.

Perché senza di esse anche lo strumento di cucina più meraviglioso e incredibile non è nulla e come soprammobile la potrebbe stare a prendere polvere.

E anche se in molti sgraneranno gli occhi lasciatele sporcare queste mani, lasciategli toccare il cibo, lasciate che siano loro a raccogliere l'anima del cibo, lasciate che gli odori per quanto terribili sappiano compenetrarle, lasciate alle mani esprimere la saggezza che sanno tenendo aperti al 100 % i loro recettori naturali.

Per quanto tempo in più ci metterete poi a pulirle non sarà mai tempo sprecato.
Accettatelo come buon consiglio e come segreto di tante altre cose.

Leggevo alcune riflessioni amare espresse da un'amica sulla apparente normalità di sottrarre agli altri qualcosa, probabilmente qualsiasi cosa perché il punto non è cosa ma il gesto in se.
Da qui sono partito per riflettere su alcuni aspetti dell'essere umano e su quella radice intensa e profonda che caratterizza ognuno, me compreso, e che nel mio pensare racchiudo nella parola perversione.

Sinceramente penso che nessuno possa chiamarsi fuori, semplicemente c'è chi è più capace di gestire questa radice, la sa diluire nei canali delle positività che mette in pratica, la sa metabolizzare con le discipline che più gli si convengono, sa smorzarne i lati più odiosi e renderli amichevoli.

Ma dentro rimane e in tanti altri questa radice non sanno proprio come strapparla a se, ne subiscono la vastità interiore e intontiti non ne capiscono neanche l'origine, si ritrovano a fare cose e non sapere.

Non ho soluzioni miracolose a questo, ma ricordo che da piccolo feci un sogno particolare che per molti anni malgrado mi fosse rimasto dentro non sono riuscito a capire.

Chi nel sogno mi raccontava tracciava a se raccogliendo in un fascio unico tutte queste perversioni e poi le intingeva in un acqua a me non visibile, le liberava e sussurrava che erano guarite.
Incuriosito chiedevo quale fosse questa acqua e la risposta era poesia.

Per molto tempo ho frainteso, pensavo alla sola poesia degli artisti grandi non trovando però risposte esaurienti, totalmente esaurienti.
Poi questo lavoro che, umilmente, faccio mi ha fatto capire meglio di qualsiasi approfondimento accademico.
La cura di questa perversione è a cominciare dai poeti grandi, dalla loro straordinaria capacità di imprimere alla "parola" un profondo senso di vita, amore e passione.

Ma fermarsi qui è l'errore, la poesia che cura realmente è quella dell'uomo normale che nei suoi gesti normali da forma e crea.

Questa amica crea prodotti della terra, un fantastico olio ad esempio, ma poi da anche forma a ciò che crea e questa forma è poesia, nel percepirla i sensi sanno capire, brividi salgono sulla pelle e li la perversione si intinge in acqua curativa.
Che la cura sia breve o lunga è secondario, la poesia dei gesti è la cura e ognuno nel suo ambito può fare poesia senza dover scrivere neanche una parola.

Quando assaggiate un piatto, lo gustate con tutti i sensi, rimanete sorpresi, sentite un piacere profondo, tutto questo lo sentite se il piatto è poesia creata da una persona che dentro ha messo il suo essere profondo e il suo essere è passato a voi.
Ne una macchina, ne un esecutore passivo, ne un cuciniere alienato, ne un presuntuoso grande chef possono darvi questa poesia malgrado gli inganni messi in atto.

E per curarsi si ha bisogno di questa poesia quotidiana, che venga dalla cucina o dall'anonimo omino che spazza la strada nell'indifferenza stupida di tanti.

Cerco anche io di curarmi così, cosciente di una perversione dentro che è inutile negare e spero con il mio operare, con i miei piatti e la cucina che esprimo di riuscire a donare un minimo di poesia agli altri.
Per ricompensare chi mi cura generosamente spesso senza neanche saperlo.

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